Urška Žigart ha vissuto la stagione migliore della sua carriera, ma dietro ai numeri c’è una battaglia meno visibile: quella contro le aspettative. Essere una delle atlete più riconoscibili del gruppo non significa solo risultati. Significa riflettori puntati addosso, analisi continue, giudizi che arrivano prima ancora delle gambe.
La slovena lo ammette senza filtri: l’attenzione legata alla sua relazione con Tadej Pogačar l’ha messa spesso sotto una lente d’ingrandimento. Non una semplice curiosità mediatica, ma una pressione costante sui risultati. Ogni piazzamento passato al setaccio, ogni gara confrontata, come se il cognome pesasse più dei watt espressi in salita.
Eppure proprio questa pressione le ha costruito una corazza. Quando vivi sotto esame prima ancora di essere protagonista, impari a gestire la tensione. Oggi Žigart corre con una consapevolezza diversa: se il risultato non arriva, non crolla. Ha già imparato cosa significa essere giudicata. Questa solidità mentale, nel ciclismo moderno, vale quanto una preparazione perfetta.
Il 2025 è stato l’anno della svolta. Il trasferimento ad AG Insurance-Soudal le ha cambiato prospettiva. Dopo quattro stagioni alla Liv AlUla Jayco, sentiva di essere finita in una sorta di etichetta tecnica: una definizione rigida di ciò che poteva o non poteva fare. Cambiare squadra ha significato cambiare narrazione. Nuovi direttori sportivi, nuove dinamiche in ammiraglia, un ambiente che ha iniziato a chiederle qualcosa in più.
I risultati hanno risposto presente. Quinta al Tour de Suisse contro nomi pesanti della classifica generale. Nona al Giro d’Italia Women, con una prova solida sulle grandi salite e un settimo posto a Monte Nerone dopo aver lavorato per la vittoria di tappa della compagna Sarah Gigante. Segnali chiari: quando la strada sale e il ritmo diventa selettivo, Žigart resta alla testa della corsa.
Ma è al Tour de Romandie che scatta qualcosa di diverso. Due secondi posti di tappa e secondo posto finale in classifica generale, il miglior risultato WorldTour della sua carriera. Non solo gambe. Mentalità. Per la prima volta si presenta al via convinta di poter fare la differenza, non solo di resistere. In salita non gestisce per limitare i danni: corre per chiudere il conto.
Qui si vede il lavoro del team. Le compagne che si sacrificano, il treno che la protegge prima del momento decisivo, la fiducia costruita giorno dopo giorno. Nel ciclismo, quando senti la squadra compatta attorno a te, trovi un rilancio in più anche quando sei al limite. È questione di testa, di posizione in sella, di come affronti l’ultimo chilometro.
Žigart è chiara: la potenza c’è sempre stata. Non parla di trasformazioni miracolose, ma di tasti premuti al momento giusto. Preparazione mirata, ruolo definito, fiducia ripetuta fino a diventare certezza. Quando un’atleta smette di correre per confermare e inizia a correre per vincere, cambia tutto.
Per questo ha rinnovato fino al 2027. Ha trovato il suo posto. Un ambiente che non la vede come “la compagna di”, ma come una scalatrice capace di stare con le migliori nelle giornate dure.
Il prossimo passo? Dare continuità. Perché nel ciclismo non basta un lampo. Serve tenere il ritmo stagione dopo stagione, restare agganciata alle migliori quando la corsa esplode e avere la lucidità per colpire al momento giusto.
Le gambe spingono. La testa ora è allineata. E quando queste due cose combaciano, il gruppo lo sente. Francesco
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