Adam Yates riparte da una parola che nel ciclismo pesa come un macigno: misura. Dopo un 2025 vissuto sempre a tutta, tra calendario affollato e carichi che non lasciavano spazio al recupero, il britannico di UAE Team Emirates‑XRG ha deciso di correggere la rotta. Le gambe parlano ancora, ma ora vuole arrivare quando conta, non ovunque.
Il primo segnale è arrivato già a gennaio, con una scelta mai fatta prima: debuttare al Tour Down Under. Yates ha passato l’inverno in Australia, inizialmente per staccare la spina con la famiglia. Poi la testa è tornata alla corsa. Condizione buona, sensazioni solide, e quella voglia di rimettere il numero sulla schiena che conoscono bene i corridori veri. Ha chiesto al team di partire subito. Risposta positiva, anche perché le assenze in squadra non mancavano: Jay Vine vincitore ma reduce da una frattura al polso, Narváez e altri uomini chiave fuori gioco. Così Yates si è trovato in corsa prima del previsto.
I risultati non gridano al capolavoro, ma dicono molto. Settimo sull’Uraidla, la salita che ha deciso il Tour Down Under, giornata corsa full gas dall’inizio alla fine. Diciannovesimo alla Cadel Evans Great Ocean Road Race, su un circuito reso duro dal vento e dalle ondulazioni finali. Gare vere, senza margine per gestire. E proprio qui Yates mette il punto: a gennaio non esistono “allenamenti con il numero”.
Dall’Australia il volo verso il Medio Oriente è stato diretto. Prima il Muscat Classic, poi il Tour of Oman, corsa che Yates conosce come le sue tasche e che ha già vinto nel 2024 e nel 2025 grazie agli attacchi secchi su Jabal Al Akhdar. Una salita lunga, ritmo costante, dove l’efficienza conta più dello scatto. Terreno perfetto per uno che sa salire seduto, senza strappi inutili, facendo parlare il rapporto e la cadenza.
Il programma successivo resta fluido. L’ipotesi UAE Tour è sul tavolo, dettata più dalle esigenze di squadra che da una pianificazione iniziale. Ancora una volta, Yates si adatta. Ma la linea è chiara: dopo questo blocco di gare, rallentare. “Shut it down”, come ha detto lui. Breve stop, recupero vero, poi ricostruzione mirata verso Giro d’Italia e Tour de France.
Il nodo centrale sta tutto qui. Nel 2024 e 2025 Yates ha dimostrato di poter reggere un doppio grande giro. Nel 2025, però, ha pagato l’eccesso: troppe corse, troppo allenamento, poche finestre per respirare. Il fisico a questi livelli non perdona. Il jet lag, i viaggi intercontinentali, le settimane sempre in scia a ritmi altissimi: tutto si somma.
Ora l’obiettivo è arrivare fresco nei momenti chiave. Usare le corse come costruzione, non come accumulo. Per un corridore di 33 anni, non è un passo indietro. È maturità agonistica. Yates resta una pedina centrale per UAE, uomo squadra per Pogačar o leader quando la strada si impenna. Ma nel 2026 vuole esserlo con continuità, non a intermittenza.
Nel ciclismo moderno, saper togliere vale quanto saper aggiungere. Francesco.
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