Michael Woods ha chiuso il capitolo WorldTour dopo 15 anni di strada vera, fughe, Grand Tour e quattro tappe vinte nei grandi giri. L’ultima pedalata da professionista l’ha fatta sugli Champs-Élysées al Tour 2025. Da lì in poi ha scelto di cambiare terreno, non di smettere di soffrire. A 39 anni apre un calendario che lui stesso definisce “un anno da lista dei desideri”, lontano dall’ammiraglia e vicino allo spirito del privateer.
Il debutto arriva subito, a Santa Vall in Spagna, gara d’apertura della Gravel Earth Series, praticamente dietro casa sua in Andorra. È il primo vero test off-road con la nuova partnership tecnica con Ventum. Subito dopo toccherà agli Stati Uniti: Sea Otter Classic Gravel e soprattutto Unbound Gravel 200, una delle prove più dure e simboliche del movimento gravel mondiale. In mezzo e oltre, una tappa UCI Gravel World Series in Québec, l’OG Classique, e una gara di qualificazione Ironman, con l’obiettivo dichiarato dei Mondiali di Kona.
Il punto non è collezionare pettorali. Woods vuole capire come un ex WorldTour si misura con il mondo dei gravel privateer. Dal punto di vista fisiologico si sente allineato: motore, resistenza, capacità di stare tante ore a watt alti. Cambia tutto il contorno. Niente struttura di squadra, niente meccanico dedicato, niente voli prenotati dall’ufficio corse. Gestisce sponsor, attrezzatura, viaggi e comunicazione in prima persona. E vivendo in Andorra, anche il budget voli pesa.
La gamba non manca. Dopo il Tour 2025, racconta di aver vissuto uno dei migliori momenti di forma della carriera. Sulle strade bianche a nord di Ottawa ha tenuto medie da far paura: 37 km/h per oltre sei ore su una gravel bike. Numeri che dicono molto più di tante dichiarazioni. Ma il corpo presenta il conto. Un’ernia inguinale ha peggiorato durante la stagione, costringendolo all’intervento chirurgico e cancellando il sogno di chiudere la carriera su strada al GP di Montréal.
La pensione, però, non gli ha dato la serenità che immaginava. Anzi. Woods parla apertamente di un vuoto, colmato solo rimettendosi in gioco. E qui entra l’endurance a tutto tondo: gravel, running, nuoto, Ironman, e soprattutto skimo. Lo sci alpinismo è la sua vera passione, più del ciclismo stesso. Disciplina dura, elementare, che però alle Olimpiadi 2026 sarà proposta in formato sprint. Woods spera in un futuro con prove lunghe anche ai Giochi: solo allora, dice, potrebbe pensarci seriamente.
Il 2026 è partito con problemi ai piedi, segno di un corpo sottoposto a stimoli nuovi. Il cross-training è ampio, ma ogni disciplina introduce movimenti diversi, piccoli traumi, adattamenti continui. Non a caso arriva a Santa Vall senza certezze sulla condizione ciclistica, con più ore sugli sci che in sella. Eppure resta fiducioso: l’istinto da corridore non se ne va.
Woods non cerca nostalgia. Cerca fatica nuova. E questo, nel ciclismo, resta sempre un ottimo punto di partenza.
Francesco.
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