Jonas Vingegaard ha la maglia gialla sulle spalle e tre minuti e ventidue secondi di margine su Dani Martínez. A questo punto della Parigi-Nizza è un vantaggio pesante, costruito con autorità tra ventagli, freddo e salite vere. Ma il danese non alza la guardia. Davanti c’è un weekend alpino che promette neve, e quando si sale verso i 1.600 metri di Auron a marzo non si scherza.
Dopo una sesta tappa superata senza scosse, il leader della Visma–Lease a Bike si è presentato sereno ma lucido. “Domani è ancora un punto interrogativo”, ha spiegato. Le previsioni parlano chiaro: precipitazioni e temperature basse. La montagna può decidere la corsa, ma può anche fermarla. Due anni fa l’arrivo ad Auron fu modificato per neve; l’anno scorso furono cancellate alcune ascese perché le discese erano troppo rischiose. ASO, dice Vingegaard, ha un piano B. E in gruppo tutti sperano che la sicurezza venga prima dello spettacolo.
Il danese ci scherza su: “Ho i pantaloni invernali”. Li ha già mostrati nella tappa infernale verso Uchon, tra pioggia gelida e vento tagliente. Ma dietro la battuta c’è un concetto netto: correre sì, rischiare inutilmente no. Già nella prima tappa aveva criticato un finale in discesa giudicato pericoloso. Ora il tema si ripresenta, diverso nello scenario ma identico nella sostanza. Con neve e asfalto sporco, la differenza non la fanno solo i watt ma la gestione della bici, l’assetto, la capacità di restare lucidi quando le mani non sentono più i freni.
Intanto la corsa l’ha messa in ghiaccio lui. La quarta tappa, in mezzo al caos di vento e cadute, gli ha consegnato la leadership con un’azione potente sulla salita finale. La quinta l’ha sigillata con un assolo di 20 chilometri: uno scatto lungo, a ritmo soglia alta, che ha frantumato il gruppo compatto e lasciato gli uomini di classifica a inseguire senza mai rientrare. Non è solo forma: è controllo della corsa, lettura dei momenti chiave, capacità di rilancio quando la strada si impenna.
Nella sesta frazione la Visma ha lavorato con intelligenza. Victor Campenaerts ha tirato per chiudere sulla fuga, ma senza portare il capitano fuori giri. L’idea era doppia: neutralizzare l’azione e tenere in gioco Axel Zingle per un possibile sprint selettivo. Linea sottile, come ha ammesso lo stesso Vingegaard: andare forte, ma non troppo. Quando i rivali per la generale hanno provato a muoversi, lui si è limitato a seguirli. Nessun bisogno di attaccare in un finale in discesa giudicato insidioso. Meglio arrivare interi all’ammiraglia e pensare al giorno dopo.
Colpisce un passaggio delle sue parole: “La mia condizione è buona, ma non sono ancora al meglio”. Detto da chi domina con oltre tre minuti di vantaggio suona come un avviso alla concorrenza. Il Giro e soprattutto il Tour sono gli obiettivi veri. Questa Parigi-Nizza, però, può diventare il primo sigillo personale nella corsa verso il sole.
Resta l’incognita meteo. Se si salirà ad Auron, serviranno gambe, rapporti adeguati per non piantarsi in fuorigiri e una gestione attenta delle energie. Se il percorso verrà modificato, conterà la prontezza tattica. In entrambi i casi, Vingegaard parte davanti. Con la maglia gialla, i pantaloni invernali pronti e la consapevolezza di chi sa che le grandi corse si vincono anche con la testa.
Francesco
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