Ventitré secondi possono sembrare un margine sottile. In una corsa a tappe come la Tirreno-Adriatico, con un’ultima giornata nervosa e un arrivo a muro, sono un’eternità da difendere o un battito di ciglia da recuperare. Isaac Del Toro e Giulio Pellizzari arrivano alla resa dei conti separati da questo spazio minimo, amici fuori gara e rivali quando la strada sale.
Del Toro ha ripreso la maglia azzurra con un’azione che profuma di personalità. Dopo averla persa per appena due secondi, il messicano ha reagito da leader vero: attacco secco sull’ultima salita di Mombaroccio, ritmo alto imposto dalla UAE Team Emirates-XRG e selezione naturale nel gruppo dei migliori. Non uno scatto improvvisato, ma un forcing costruito, con la squadra a svuotarsi in testa della corsa per mettere tutti fuori soglia.
Sul traguardo ha guadagnato 19 secondi su Pellizzari. Aggiungeteci l’abbuono e il conto finale dice +23 in classifica generale. Numeri freddi, che però raccontano una dinamica precisa: Del Toro ha corso all’attacco, Pellizzari ha pagato anche dei crampi nel finale. Quando sei al limite e la strada s’impenna, ogni rilancio diventa una coltellata nelle gambe.
I due hanno 22 anni, vivono a San Marino, si conoscono da tempo. Si sono incrociati da under e hanno già acceso duelli veri: Tour de l’Avenir 2023, Giro d’Italia 2025. Anche alla Tirreno hanno dimostrato rispetto reciproco: un cinque a fine tappa, uno sguardo che dice tutto. Ma quando si entra negli ultimi 200 metri di un muro marchigiano, l’amicizia resta in hotel.
La tappa decisiva parte da San Severino Marche, casa di Pellizzari. Terreno che conosce curva per curva. Parliamo di 186 chilometri con il Sassotetto a 1.465 metri come giudice intermedio. Salita vera, da rapporto corto e cadenza agile per non finire fuorigiri. Poi la discesa e l’ingresso nel circuito finale di Camerino: 29,1 chilometri da ripetere, tre strappi verso il traguardo, puro stile Marche.
L’ultimo chilometro è un esame di maturità. Tre chilometri totali: prima rampa al 13,1%, tratto centrale che respira al 2,8%, poi 650 metri al 18,6% che spaccano il ritmo e infine 350 metri al 9,4% dove serve ancora margine per rilanciare. Qui la rigidità del telaio e del movimento centrale conta, ma conta soprattutto la capacità di cambiare ritmo sotto fatica. È terreno da scalatori esplosivi, non da passisti regolari.
Pellizzari deve attaccare. Con 23 secondi da recuperare non può aspettare lo sprint ristretto. Dovrà muovere la corsa magari sul Sassotetto o anticipare nel circuito, costringendo Del Toro a inseguire senza squadra. Il messicano, invece, può correre di controllo: marcatura stretta, attenzione agli abbuoni, niente rischi inutili in discesa.
Occhio anche a Matteo Jorgenson, terzo a 34 secondi. In una giornata così può infilarsi tra i due e cambiare l’equilibrio tattico. Con i primi dieci racchiusi in 90 secondi, la corsa esploderà da lontano.
Del Toro lo sa: servirà testa, non solo gambe. Pellizzari avrà il pubblico e l’orgoglio delle strade di casa. La Tirreno si decide su pendenze a doppia cifra e scatti da gestire al millisecondo. Amici sì, ma solo fino allo sparo dello start.
Francesco
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