Il GPS diventerà obbligatorio nel ciclismo professionistico. David Lappartient lo ha messo nero su bianco: se squadre e organizzatori non troveranno un’intesa, l’UCI imporrà il sistema in nome della sicurezza.
La spinta nasce da una tragedia che nessuno ha dimenticato. Ai Mondiali di Zurigo 2024, la giovane svizzera Muriel Furrer uscì di strada senza che l’incidente venisse visto in tempo utile. L’assenza di un sistema di tracciamento capace di segnalare una brusca decelerazione o una deviazione anomala ritardò i soccorsi. Da lì, l’urgenza di dotare il gruppo di un monitoraggio continuo di posizione e velocità.
Il principio è semplice: un dispositivo installato sulla bici trasmette dati GPS; una piattaforma centrale li elabora in tempo reale e, se rileva un’anomalia compatibile con una caduta, attiva l’allerta e localizza l’atleta per indirizzare commissari e mezzi medici. Tecnologia già diffusa in altri sport, ma ancora terreno di scontro nel ciclismo.
Lo scontro è esploso al Tour de Romandie femminile 2025. Cinque grandi squadre – Lidl-Trek, Visma-Lease a Bike, Canyon-SRAM zondacrypto, EF Education-Oatly e Picnic-PostNL – si sono rifiutate di utilizzare i dispositivi in fase di test, contestando proprietà e utilizzo dei dati. L’UCI ha reagito con la squalifica dall’evento; i team hanno presentato ricorso al TAS. I rapporti si sono incrinati ulteriormente, anche sullo sfondo della battaglia legale tra UCI e SRAM sul caso del limite dei rapporti.
Ora il presidente dell’UCI prova a ricucire. In una lettera indirizzata a squadre, corridori e organizzatori, chiede “proposte concrete” entro il 30 aprile 2026, così da discutere una soluzione nel Professional Cycling Council del 21 maggio. Lappartient ribadisce che l’obiettivo è esclusivamente la sicurezza e chiarisce un punto chiave: il tracciamento riguarderà solo posizione e velocità, non altri dati sensibili. Nessuna volontà di commercializzare o controllare le informazioni delle squadre, tema che ha alimentato la diffidenza.
L’apertura è tecnica: l’UCI non vuole imporre un fornitore unico. Gli stakeholder potranno sviluppare sistemi con i partner che ritengono più adatti; sarà la federazione a definire specifiche e protocolli comuni. Un modello paragonabile alle radioline: dispositivi diversi, ma una piattaforma condivisa e regole chiare sull’uso dei dati.
La linea resta però ferma. Se non emergerà una soluzione “ragionevole e soddisfacente”, l’UCI renderà il GPS obbligatorio, introducendolo progressivamente nelle varie classi di corse. Il messaggio è chiaro: la sicurezza non è negoziabile.
Per chi vive il gruppo dall’interno, il tema è delicato. Ogni grammo conta, ogni componente deve integrarsi nell’assetto senza alterare aerodinamica e gestione della bici. Ma qui non si parla di marginal gain o di scelta dei rapporti per il Poggio: si parla di sapere dove si trova un atleta quando sparisce dal campo visivo della corsa.
Il ciclismo resta uno sport a cielo aperto, esposto all’imprevisto. Se la tecnologia può ridurre i tempi di intervento in caso di caduta isolata, allora entra a pieno titolo nell’equipaggiamento moderno, come il casco o la radio in ammiraglia. La partita adesso si gioca ai tavoli tecnici e legali. Il traguardo, questa volta, è la sicurezza del gruppo compatto.
Francesco
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