Jonathan Milan alza le braccia a San Benedetto del Tronto per il terzo anno consecutivo, ma la volata finale della Tirreno-Adriatico 2026 è stata tutt’altro che una passerella per velocisti. Sam Welsford, secondo sul traguardo, ha dovuto guadagnarsi ogni metro in una tappa che di “scontato” non ha avuto nulla.
Il copione prevedeva sprint a ranghi compatti. La strada ha raccontato altro. Dopo meno di 30 chilometri sono arrivate due salite in sequenza, abbastanza per saggiare le gambe dei velocisti ma non per escluderli dai giochi. A cambiare davvero il passo è stato Mathieu van der Poel. A circa 97 chilometri dall’arrivo l’olandese si è piazzato in testa della corsa e ha trasformato la tappa in un allenamento agonistico in vista della Milano-Sanremo.
Per trenta chilometri ha tirato praticamente da solo. Risultato: gruppo spezzato, inseguitori allungati, velocisti costretti a inseguire a tutta. Welsford lo ha raccontato senza filtri: “La salita è stata durissima. Ogni volta che guardavo il ciclocomputer vedevo più di 500 watt”. Numeri da soglia piena, non da controllo in fondo al gruppo. Questo significa correre costantemente fuori comfort, accumulare lattato e bruciare energie che, in teoria, dovrebbero restare nelle gambe per gli ultimi 200 metri.
INEOS Grenadiers ha lavorato con ordine. I compagni hanno scandito il ritmo in salita per tenere Welsford nel primo troncone del gruppo, poi hanno chiuso il buco quando la corsa si è ricompattata a circa 67 chilometri dall’arrivo. Ma quell’inseguimento ha presentato il conto. Quando si rientra dopo uno sforzo simile, il motore non è più fresco: la differenza in volata sta tutta nella capacità di rilanciare dopo ore al limite.
Nel circuito finale la tensione è salita. Jonas Abrahamsen ha provato ad anticipare a sette chilometri dall’arrivo. Filippo Ganna lo ha ripreso in extremis, mettendo sul piatto potenza e posizione in sella da cronoman per riportare sotto il tentativo. Poi, a 2,6 chilometri dal traguardo, la svolta pericolosa: caduta in curva, uomini a terra, tra cui Jasper Philipsen. Welsford ha evitato il contatto per centimetri. “Quando quattro corridori si buttano nello stesso metro di strada, può succedere”, ha detto. È la legge delle volate: si entra forte, si frena tardi, si rischia.
Lo sprint è stato caotico, largo su tutta la sede stradale, distacchi minimi. Milan ha trovato il corridoio giusto e ha lanciato il suo rapporto lungo con decisione. Welsford ha risposto, ma è mancato qualcosa negli ultimi metri. Forse proprio quei watt spesi a inseguire van der Poel, forse il posizionamento non perfetto dopo una giornata nervosa.
Per l’australiano è il quarto podio stagionale nel WorldTour. Segnale di continuità, ma anche di fame. “Vuoi sempre il gradino più alto”, ha ammesso. Le gambe ci sono, il treno pure. Serve l’incastro perfetto: testa della corsa negli ultimi chilometri, nessuna caduta da schivare e quel mezzo secondo di anticipo che in volata vale una stagione.
La Tirreno si chiude con la conferma di Milan come punto di riferimento negli sprint e con un messaggio chiaro: quando uno come van der Poel decide di forzare in salita, anche una tappa per velocisti diventa una battaglia di sopravvivenza. Francesco
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