Tom Pidcock ha scelto il momento giusto, il punto più duro, l’istante in cui le gambe iniziano a bruciare e la testa prova a frenarti. Sulla seconda e decisiva scalata alla Superga – 4,9 chilometri al 9,1% – il britannico ha colpito con uno scatto secco negli ultimi 600 metri, lasciando sul posto un gruppo di élite e prendersi la Milano-Torino numero 106.
La corsa, 174 chilometri da Rho a Torino, ha vissuto 150 chilometri quasi piatti prima del doppio passaggio sulla salita che domina il capoluogo piemontese. Un copione chiaro: primi attaccanti di giornata – Burgaudeau, Konrad, Ferron, Pietrobon, Maire e Milesi – e gruppo compatto a controllare senza affanni, con Red Bull-Bora-Hansgrohe, UAE Team Emirates-XRG e Pinarello-Q36.5 a dettare il ritmo in testa al gruppo.
La fuga ha resistito fino alla prima ascesa della Superga. Pietrobon ha provato ad allungare da solo, ma il destino era segnato. A 21 chilometri dall’arrivo il gruppo ha chiuso e lì è iniziata la vera battaglia.
Primož Roglič ha acceso la miccia nel finale della prima scalata. Uno scatto da corridore navigato, lanciato nell’ultimo chilometro: con lui Alexander Cepeda, poi Pidcock e Cian Uijtdebroeks a chiudere il buco. Sullo scollinamento si è formato un drappello scelto, che in discesa e nel tratto verso l’ultimo passaggio si è allargato fino a dodici uomini. Dentro c’erano nomi pesanti: Tobias Halland Johannessen, Giulio Pellizzari, Jan Christen, Carlos Verona, Lorenzo Fortunato.
Red Bull-Bora ha giocato di squadra. Roglič si è messo davanti a sporcare i cambi, mentre il giovane Adrien Boichis ha anticipato tutti ai piedi dell’ultima ascesa, guadagnando una ventina di secondi. Un’azione intelligente, da ammiraglia lucida. Ma sulla Superga, quando la strada si impenna davvero, le gambe contano più dei numeri.
Boichis è stato ripreso a 4,7 chilometri dal traguardo. Uno-X ha preso in mano il ritmo, poi Pinarello-Q36.5 e Movistar hanno alzato l’andatura. La selezione è stata naturale, cattiva, senza bisogno di scatti violenti: la salita al 9% costante ti porta fuori giri se sbagli rapporto. Davanti sono rimasti in dodici, poi in cinque.
A un chilometro e mezzo dalla fine ha provato ancora Alexander Cepeda. Roglič ha risposto con una progressione seduta, di forza, mettendo in difficoltà qualcuno. Ma nessuno è riuscito a fare la differenza definitiva. Si sono guardati, studiati. E lì Pidcock ha capito che era il momento.
Uscita da una curva a sinistra, poco più di 600 metri all’arrivo, il britannico si è portato in testa e ha cambiato ritmo. Non uno scatto esplosivo da poche pedalate, ma un’accelerazione crescente, capace di spezzare l’equilibrio. Johannessen ha provato a reagire, gli altri sono rimasti piantati. In salita, quando hai ancora margine per aumentare la cadenza mantenendo potenza, fai la differenza.
Pidcock ha resistito fino alla linea con quattro secondi su Johannessen e cinque su Roglič. Dodicesima vittoria su strada in carriera, seconda stagionale. Un successo costruito con freddezza tattica e finalizzato con qualità pura in salita.
Nel dopo gara ha parlato di sensazioni non perfette, di gambe pesanti, quasi da inizio stagione. Ma nel momento chiave aveva il colpo. E questo conta più di tutto. A pochi giorni dalla Milano-Sanremo, Pidcock manda un segnale chiaro: in salita breve e intensa sa fare male. E quando decide di partire, bisogna avere qualcosa in più per tenergli la ruota.
Francesco
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