Amanda Spratt corre il 2026 come ha sempre corso: senza scorciatoie, con la testa alta e le gambe dentro la fatica. Ha annunciato il ritiro a fine stagione, ma non ha trasformato l’ultimo anno in una passerella nostalgica. È al via dell’UAE Tour Women per la prima volta in carriera, a vent’anni esatti dal suo arrivo in Europa con la nazionale australiana. Un cerchio che si chiude pedalando, non parlando.
Spratt guarda il gruppo di oggi e riconosce uno sport profondamente diverso. Nel 2006 si viaggiava con un solo furgone, si cambiava dietro un asciugamano, c’erano un meccanico, un massaggiatore e poco più. Oggi i team briefing avvengono ancora nei parcheggi, ma attorno ci sono strutture, sponsor solidi e una professionalità che allora era impensabile. Lei c’era prima, c’è adesso. E questo pesa più di qualsiasi statistiche.
Lo dice senza retorica: chi è rimasto in gruppo per così tanti anni lo ha fatto per amore. All’inizio non c’erano stipendi, né certezze. Si correva perché si voleva correre. La crescita del ciclismo femminile l’ha vissuta tutta, passo dopo passo. Dalla svolta dei contratti WorldTour alla maternità tutelata, fino all’impatto del Tour de France Femmes come leva decisiva per convincere gli sponsor a investire davvero. Non parole, ma fatti che hanno cambiato la direzione del movimento.
Spratt, però, non indora la pillola. Il punto critico resta sotto l’élite: il livello Continental e ProTeam. Calendari fragili, poche corse, sviluppo accelerato che rischia di bruciare talenti non immediati. Lei è l’esempio perfetto di maturazione lenta. Da junior correva con Marianne Vos ed Ellen van Dijk, che vincevano subito. Lei no. Ha impiegato anni. Con il sistema di oggi, ammette, forse sarebbe tornata a casa senza emergere.
E invece ha costruito una carriera pesante: Giro d’Italia protagonista nel 2018 e 2019, una tappa vinta, una maglia rosa indossata, due podi finali dietro a Van Vleuten. Vittorie alla Emakumeen Bira, tre Tour Down Under in classifica generale, podi alla Liegi e ai Mondiali. Risultati veri, conquistati in salita, a ritmo costante, con quella capacità di stare davanti nei giorni che contano.
Ma il suo orgoglio più grande è la longevità . Spratt ha attraversato ruoli diversi: giovane inesperta, gregaria, leader, oggi figura di riferimento per le più giovani. In UAE lo è per Niamh Fisher-Black, soprattutto in vista dell’ultima tappa su Jebel Hafeet, salita secca dove l’esperienza nel controllo dello sforzo e nella gestione della posizione in gruppo fa la differenza tra tenere il passo e saltare.
Il motivo del ritiro è semplice: il momento giusto. Ama ancora correre, ma sceglie di fermarsi quando decide lei, con gambe ancora valide e testa lucida. Ha già seguito il corso UCI da direttore sportivo. Il futuro resta aperto, senza fretta. Prima, però, c’è ancora strada. E finché il dorsale è appuntato, Amanda Spratt resta una corridore vera. Una di quelle che danno senso al gruppo.
Francesco.
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