Ventiquattro ore dopo l’amarezza di Nokere, Alec Segaert ribalta il destino e si prende il Grand Prix de Denain-Porte du Hainaut con un’azione che è un manifesto di freddezza e potenza. Sulle pietre del nord della Francia, in una corsa da 200,4 chilometri e tredici settori di pavé, il belga della Bahrain Victorious gioca d’astuzia, soffre, aspetta e poi affonda il colpo a 2,5 chilometri dal traguardo. Il gruppo lo riassorbe quando è ormai oltre la linea: troppo tardi.
Il copione si accende dopo una prima fase relativamente controllata. Il favorito Arnaud De Lie esce di scena sul primo tratto in pavé, tradito da un problema meccanico proprio mentre il ritmo esplode e il gruppo si spezza. Davanti restano i più pronti a leggere le traiettorie e a spingere rapporti lunghi sulle pietre asciutte.
Per Strand Hagenes è il motore della corsa. Il norvegese forza dentro i 60 chilometri finali, prima screma un drappello di dieci, poi riduce tutto a un’azione a sei. Il momento chiave arriva sul settore più lungo, quello di Maing a Quérénaing: Hagenes accelera con cattiveria, Segaert è l’unico che tiene la ruota, al limite. Dietro si muovono Politt, Vermeersch, Del Grosso, Turgis. Si forma un inseguimento a sei, poi il gruppo rientra sui cacciatori. La corsa si frantuma e si ricompone a ondate, ma davanti restano in due.
Negli ultimi 15 chilometri il vantaggio oscilla: 30” sui primi inseguitori, altri 30” sul gruppo compatto. Hagenes rilancia sull’ultimo settore in pavé. Sembra l’affondo decisivo. Segaert non chiude subito: resta una ventina di metri più indietro, per quasi dieci chilometri. Non è cedimento, è controllo. Pedala a tutta, ma lascia quel margine, consapevole che rientrare a ruota significherebbe esporsi a un nuovo scatto.
A 5 chilometri dall’arrivo il gruppo torna minaccioso: 18”, poi 11” a 3 chilometri. I due battistrada sono nel mirino. Hagenes perde brillantezza, cala l’intensità. È l’attimo che Segaert aspettava. Con uno scatto secco si riporta sotto e lo salta con decisione. Da lì in poi è una cronometro: schiena piatta, posizione raccolta, spinta rotonda. Ogni watt conta. È qui che la sua indole da specialista contro il tempo fa la differenza: rigidità del telaio che trasferisce potenza, cadenza stabile, niente oscillazioni inutili.
Il gruppo lancia la volata quando lo ha ormai a vista. Lo riprende simbolicamente dopo il traguardo. Milan Menten vince lo sprint dei battuti per il secondo posto davanti ad Anthony Turgis. Ma la corsa è già scritta.
Segaert ammette di aver giocato la partita con lucidità: quando Hagenes lo stacca, resta al limite senza chiudere del tutto, sperando in un calo del rivale e in un attimo di esitazione da dietro. La strategia paga. È una vittoria costruita con testa e gambe, figlia anche della delusione del giorno prima, quando era stato ripreso a pochi metri dalla gloria.
Denain non regala nulla. Le pietre ti sbattono fuori ritmo, ti obbligano a scegliere il rapporto giusto e a tenere l’assetto anche quando la bici saltella. Segaert lo ha fatto meglio di tutti nel momento decisivo. E questa volta, al contrario di Nokere, la linea d’arrivo è stata un alleato.
Francesco
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