La Milano-Sanremo è una corsa che ti consuma lentamente e poi ti esplode tra le mani negli ultimi dieci chilometri. Trecento chilometri in cui si aspetta, si studia, si soffre in silenzio. Poi Cipressa e Poggio trasformano l’attesa in verdetto. Sean Kelly, che la Classicissima l’ha vinta due volte, lo sa bene: qui non hai dieci punti per fare la differenza come al Fiandre. Ne hai uno, forse due. E non puoi sbagliare.
Tutto converge su Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel. Il copione sembra scritto attorno a loro, ma la sceneggiatura è sottile. Pogačar vuole questa corsa più di ogni altra in questo momento. È la più difficile da aggiungere al suo palmarès, proprio perché contro ha un rivale che sul Poggio non trema e in Via Roma, se si arriva in due o tre, parte con un vantaggio netto.
Van der Poel ha mostrato brillantezza tra Opening Weekend e Tirreno-Adriatico. È in condizione, e quando è così sa stare incollato alla ruota giusta senza andare fuori giri. Se scollina il Poggio con Pogačar, la volata ristretta pende dalla sua parte. Per questo la UAE Team Emirates-XRG deve muovere la corsa prima, sulla Cipressa, imponendo un ritmo infernale. L’assenza di uomini chiave come Wellens e Narváez rende l’operazione più complicata, ma l’idea resta chiara: logorare tutti, costringere Van der Poel e Ganna a spendere energie, arrivare al Poggio con il gruppo già ridotto all’osso.
Sul Poggio non basta scattare. Serve tempismo e sangue freddo. L’anno scorso Pogačar ha creduto di avere il rivale al limite, e si è ritrovato un contrattacco secco prima dello scollinamento. Un colpo che pesa nella testa. In discesa, poi, Van der Poel non concede terreno: prendersi rischi eccessivi lì significa giocarsi tutto, anche più della corsa.
Dietro ai due favoriti c’è una pattuglia che può ribaltare la giornata. Filippo Ganna, con la sua capacità di tenere alta l’andatura e rilanciare sui tratti più duri. Tom Pidcock e Wout van Aert, corridori completi, pronti a inserirsi se la corsa si apre. E Jasper Stuyven, che su queste strade sa come si vince.
Ma l’uomo indicato come possibile sorpresa è Isaac del Toro. Giovane, brillante, e compagno di squadra di Pogačar. Se i due fenomeni iniziano a marcarsi sulla salita e dopo lo scollinamento, Del Toro può infilarsi con uno scatto secco. Bastano quindici secondi nel momento giusto per creare esitazione. Se Van der Poel chiude, Pogačar può contrattaccare. Se nessuno si muove, la Via Roma può diventare terreno di conquista per il messicano. In una corsa così tattica, l’equilibrio tra le ammiraglie conta quanto le gambe.
La Sanremo non è solo fisica. È mentale. Dopo ore apparentemente tranquille, l’ingresso sui Capi accende la tensione. Tutti vogliono stare davanti. Si sgomita per prendere posizione prima della Cipressa, si urla, si rischia di restare chiusi o coinvolti in una caduta. Se sbagli lì, la corsa è finita prima ancora di iniziare davvero.
Chi imbocca la Cipressa tra i primi quindici o venti ha il destino nelle proprie mani. Poi è una questione di sensazioni e scelte: forzare per fare selezione o restare coperti e preparare il rilancio decisivo. Alla Milano-Sanremo vince chi ha le gambe, ma soprattutto chi ha la lucidità di leggere l’attimo. E quell’attimo dura meno di uno scatto sul Poggio.
Francesco
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