Terzo posto alla Milano-Torino, quinto alla Tirreno-Adriatico e una sensazione chiara: Primož Roglič c’è. A 36 anni non corre per fare presenza nel gruppo compatto. Sale, rilancia, resta con i migliori e porta a casa risultati pesanti. Sul traguardo della Superga, battuto solo da Tom Pidcock e Tobias Halland Johannessen, lo sloveno ha confermato che la gamba di inizio stagione è solida.
La Red Bull-Bora-Hansgrohe si è mossa da squadra vera. Adrien Boichis, neo‑pro, ha acceso il finale con un attacco da lontano. Giulio Pellizzari ha chiuso quarto. Roglič ha controllato, poi ha risposto quando la testa della corsa si è selezionata sulle pendenze che portano alla basilica. Su quelle rampe non conta solo il picco di watt, ma la capacità di dosare lo sforzo e trovare il rapporto giusto quando le gambe iniziano a bruciare. Roglič lì non va fuorigiri: sceglie lo sviluppo metrico corretto, resta seduto finché può, poi si alza sui pedali e tiene la bici composta.
Il suo 2026 è costruito con un obiettivo preciso: la Vuelta a España, dove punta al quinto titolo. Prima passerà da Itzulia e Tour de Romandie, due corse che conosce e ha già vinto due volte. Terreni adatti a uno che sa gestire tappe mosse e cronometro, che non spreca un watt quando il vento picchia in faccia e che in salita sa fare la differenza senza bisogno di scatti teatrali.
Il tema che agita le discussioni, però, è quel vuoto nel calendario tra maggio e l’inizio della Vuelta, il 22 agosto. Un buco ampio, quattro mesi senza corse segnate in rosso. In un’intervista a una radio slovena sembrava tutto definito. Poi, prima della Milano-Torino, Roglič ha frenato: parla di “malinteso” e ribadisce che si va corsa dopo corsa, giorno dopo giorno. Tradotto: i piani possono cambiare.
Al momento, un suo ritorno al Giro d’Italia o al Tour de France appare improbabile. In Italia la leadership dovrebbe essere affidata a Pellizzari; in Francia il team punta su Remco Evenepoel e Florian Lipowitz. Roglič non scopre le carte, ma lascia una porta socchiusa. Se la condizione salirà, se il livello sarà quello giusto, spazio per aggiungere gare si può trovare. Altrimenti meglio allenarsi, rifinire l’assetto, lavorare in altura e presentarsi alla Vuelta con un motore calibrato al millimetro.
C’è una frase che pesa: “Se sei forte non è un problema correre. Se non lo sei, è dura”. Dentro c’è tutta la lucidità di un veterano che conosce il proprio corpo. A 36 anni non puoi improvvisare. Devi ascoltare i segnali, capire quando spingere e quando respirare. La differenza non la fa solo il dato del misuratore di potenza, ma la capacità di arrivare agli appuntamenti chiave con brillantezza nei rilanci e freschezza mentale nelle fasi decisive.
Roglič non parla di ritiro. Non parla di fine. Parla di livello. E finché resta nella testa della corsa su salite come la Superga, finché chiude sul podio contro avversari più giovani, significa che la battaglia è ancora aperta. La Vuelta è lontana, ma la strada è già tracciata.
Francesco
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