Primož Roglič salterà il Tour de France 2026. La notizia pesa, perché quando un quattro volte vincitore della Vuelta decide di non presentarsi alla Grande Boucle, gli equilibri del gruppo cambiano. Ma lo sloveno è stato chiaro: niente ritiro, nessun canto del cigno. Solo una scelta tecnica e personale.
A 36 anni compiuti lo scorso ottobre, Roglič ha iniziato la stagione alla Tirreno-Adriatico, lavorando con disciplina per Giulio Pellizzari e chiudendo quinto nella generale a 1’21”. Non è il piazzamento a raccontare la sua condizione, ma il modo: sempre coperto, sempre nel vivo della corsa, pronto al rilancio quando la strada s’inerpica. Gamba solida, testa serena.
Il suo programma sarà essenziale. Itzulia Basque Country ad aprile, poi il Tour de Romandie insieme a Florian Lipowitz, dove incrocerà Tadej Pogačar. Poi una lunga pausa dalle gare. Niente Tour. Spazio alla famiglia, ha detto. Spazio soprattutto alla preparazione mirata per la Vuelta a España, che scatterà il 22 agosto.
Oggi i grandi Giri non si improvvisano. Servono mesi di costruzione, blocchi in altura di tre settimane, lavori specifici al medio e lungo sforzo. La freschezza conta quanto i watt. Saltare il Tour significa evitare il logorio di tre settimane al limite, significa arrivare alla Vuelta con glicogeno nelle gambe e brillantezza neuromuscolare negli scatti in salita. Per un corridore come Roglič, che fa la differenza nei cambi di ritmo e nella gestione delle pendenze sopra l’8%, è una scelta chirurgica.
In casa Red Bull-Bora-Hansgrohe le gerarchie sono chiare. Pellizzari punterà al Giro d’Italia, mentre al Tour toccherà a Remco Evenepoel e a Lipowitz guidare la squadra. “Dobbiamo coordinare i programmi”, ha spiegato Roglič. Tradotto: meno sovrapposizioni, più obiettivi definiti. Una squadra WorldTour oggi ragiona come un’orchestra, non come un assolo.
Sul suo futuro, Roglič non si sbilancia. Le voci parlano di possibile ritiro a fine stagione. Lui frena: “Non sto pensando al ritiro”. È l’atteggiamento di chi vive giorno per giorno, ma non ha perso il fuoco. Anche nel 2025, dopo cadute pesanti e un Giro abbandonato, si è rialzato fino a chiudere ottavo al Tour, andando a caccia di tappe di montagna nell’ultima settimana. Non è il comportamento di chi sta per appendere la bici al chiodo.
La sensazione è che voglia un ultimo grande colpo. Una quinta Vuelta sarebbe un record, un sigillo su una carriera costruita a colpi di disciplina e resilienza. Roglič non è mai stato uomo da dichiarazioni altisonanti. Preferisce infilarsi in scia, aspettare il momento giusto e poi scattare secco, senza voltarsi.
Quest’estate, mentre il gruppo compatto si darà battaglia sulle strade francesi, lui probabilmente macinerà chilometri in altura. Lì si costruiscono le vittorie dei grandi Giri: lontano dai riflettori, dentro la fatica quotidiana.
Non è un addio. È una strategia. E quando uno come Roglič pianifica così, conviene prendere nota.
Francesco.
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