A Konya, nel catino liscio e veloce del velodromo turco, Matthew Richardson riscrive una gerarchia che sembrava intoccabile. Il britannico piega Harrie Lavreysen nella finale dello sprint individuale degli Europei su pista e gli infligge una sconfitta che mancava dal 2024. Non una vittoria di nervi, ma di potenza gestita, di traiettorie lette con lucidità e di timing perfetto nel momento in cui la pista pende e chiede watt veri.
Richardson aveva lanciato il segnale già nelle qualifiche. Nel 200 metri lanciato è stato l’unico a scendere sotto i nove secondi. Tradotto per chi mastica pista: velocità di punta, rapporto lungo tenuto con controllo e una progressione che non si scompone quando il manubrio inizia a galleggiare. Da lì in poi, il tabellone lo ha visto crescere. Superato Luca Spiegel negli ottavi e il connazionale Harry Ledingham-Horn nei quarti, ha preso ritmo entrando nelle semifinali con la consapevolezza di chi sa di avere la gamba giusta.
Lavreysen, dall’altra parte, fa il Lavreysen. Gestisce Nikita Kiriltsev senza esporsi e arriva all’atto finale con l’aura del campione: quattro titoli europei e sette mondiali nello sprint individuale. La finale però prende una piega diversa dal solito. Nella prima manche l’olandese detta legge, copre la linea bassa e non concede spazio. Nella seconda, Richardson cambia spartito: usa la pista, allunga il giro, costringe Lavreysen a una velocità meno comoda e pareggia i conti.
La bella è pura scuola sprint. Richardson parte da dietro, resta freddo, non va in fuorigiri. Attende il momento in cui la spinta di Lavreysen cala di mezzo colpo di pedale e passa deciso, con un rilancio secco che sfrutta tutta la rigidità del telaio e la cadenza costruita giro dopo giro. Primo titolo europeo per lui, il primo con la maglia britannica dopo il cambio di nazionalità del 2024. Un successo che pesa, perché nasce contro il riferimento assoluto della specialità.
La serata sorride due volte alla Gran Bretagna. Nell’inseguimento individuale femminile, Josie Knight domina e soprattutto cancella il primato del mondo. In qualificazione ferma il cronometro su 4’19”461, migliorando di oltre quattro secondi il record di Vittoria Bussi stabilito in altura ad Aguascalientes. Numeri che raccontano una preparazione aerodinamica raffinata e una capacità di tenere lo sviluppo metrico alto senza deragliare nella seconda metà di prova. In finale va più piano contro Federica Venturelli, ma controlla e porta a casa l’oro senza discussioni.
Il medagliere parla chiaro: Gran Bretagna al comando con sei ori, tre argenti e due bronzi. Belgio secondo, spinto anche dalla doppietta di Lotte Kopecky, a quota tre ori. Ma il messaggio che esce da Konya va oltre le classifiche. Nello sprint maschile c’è un avversario credibile per Lavreysen. E quando cambia la testa della corsa in pista, cambia tutto il gioco.
Francesco.
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