Tadej Pogačar non si limita a vincere. Prepara, calibra, studia ogni dettaglio. A pochi giorni dal quarto sigillo alla Strade Bianche, il campione del mondo è salito in sella nel Nord della Francia per una ricognizione vera, di quelle che lasciano il segno. Obiettivo: Parigi-Roubaix, 12 aprile. Compagno di viaggio: Florian Vermeersch, uno che sul pavé ha già chiuso secondo al debutto e quinto nel 2025.
I numeri parlano chiaro: 210 chilometri in poco meno di sei ore, da Bertry fino al Vélodrome André-Pétrieux di Roubaix. Non una sgambata, ma una simulazione completa. Dentro ci sono i settori a cinque stelle: Trouée d’Arenberg, Mons-en-Pévèle, Carrefour de l’Arbre. Il cuore dell’Inferno del Nord. Settori che non perdonano errori di linea, che scuotono l’assetto e mettono alla prova la tenuta mentale prima ancora delle gambe.
La pioggia ha risparmiato i due della UAE Team Emirates-XRG durante l’uscita, almeno stando alle immagini social. Ma il fango non è mancato. Pogačar ha definito la trasferta “due giorni movimentati, da raccontare”. Vermeersch, più asciutto: “Che giornata”. Dietro quelle parole c’è un lavoro metodico. Dopo aver percorso l’asse Arenberg–Carrefour, la coppia ha proseguito verso il Belgio, chiudendo a Waregem, base abituale per le Classiche fiamminghe.
Roubaix è uno dei due Monumenti che ancora mancano al palmarès dello sloveno, insieme alla Milano-Sanremo che arriverà prima, il 21 marzo. L’anno scorso, al debutto, ha acceso la corsa con un’azione coraggiosa, poi un errore in curva e una caduta lo hanno costretto ad arrendersi a Mathieu van der Poel. Secondo posto e una sentenza netta: “In termini di potenza, è stata la gara più dura della mia vita”.
Non parole buttate lì. Roubaix richiede una potenza costante su fondi irregolari, rilanci violenti in uscita dai settori, capacità di stare in scia sul pavé senza perdere controllo. È una corsa che ti porta al limite muscolare e nervoso. Pogačar l’ha capito alla prima esperienza. Ora vuole chiudere il cerchio.
La storia lo stuzzica. Quattordici corridori hanno vinto sia il Tour de France sia la Parigi-Roubaix. L’ultimo fu Bernard Hinault nel 1981. Se lo sloveno dovesse riuscirci nel 2026, entrerebbe in un club che comprende Merckx e Coppi. Non un dettaglio: è una linea diretta con i più grandi di sempre.
I rivali osservano. Van der Poel, tre vittorie consecutive all’Inferno del Nord, e Wout van Aert sono impegnati in Italia. Alla domanda sulla ricognizione di Pogačar, l’olandese è stato diretto: è chiaro che l’ha messa nel mirino. Van Aert ha aggiunto che, trattandosi solo della seconda partecipazione, potrebbe avere ancora margine di crescita. Tradotto: lo prendono sul serio.
La sensazione è che Pogačar non voglia lasciare nulla al caso. La sua preparazione passa dalle ricognizioni lunghe, sporche, concrete. Perché a Roubaix non vince solo chi ha il motore più grande. Vince chi conosce ogni buca, chi sa quando forzare lo sviluppo metrico e quando, invece, salvare la gamba. Ad aprile scopriremo se questi 210 chilometri di fango saranno stati l’inizio di un’altra pagina di storia.
Francesco
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