Tadej Pogačar ha vinto il suo primo Tour de France mangiando pizza, bevendo birra e giocando alla PlayStation. Non è una leggenda da bar sport: lo racconta Domen Novak, uno che in ammiraglia e in gruppo con lui ci sta da anni, forse il suo gregario più fidato.
Il paragone nasce spontaneo perché oggi il ciclismo corre più veloce dell’anagrafe. Paul Seixas, 19 anni, secondo professionista con la Decathlon CMA CGM, ha già messo insieme due vittorie nel 2026 ed è stato il migliore degli “umani” dietro Pogačar alle Strade Bianche. In salita tiene rapporti lunghi senza andare fuorigiri, sullo sterrato rilancia con una frequenza che non tradisce mai un vuoto. Numeri da veterano, testa da attaccante.
L’entusiasmo in Francia cresce tappa dopo tappa. Si sogna il primo vincitore del Tour dopo quarant’anni. E il confronto con Pogačar diventa inevitabile. Novak non si tira indietro: “Alla sua età è persino più avanti di Tadej”. Parole pesanti, dette da chi ha visto lo sloveno esplodere nel 2019 alla Vuelta, a vent’anni, prima di prendersi il Tour nel 2020 e iniziare a collezionare maglie gialle.
Ma il cuore del discorso non è la classifica. È il metodo.
Quando Pogačar correva con la Gusto Ljubljana, squadra continental slovena, non faceva lunghi ritiri in altura. Nessun blocco di settimane a 2.000 metri per rifinire l’ematocrito, nessuna ossessione maniacale per ogni grammo nel piatto. Talento puro, motore fuori scala e una freschezza mentale che gli permetteva di correre con istinto. Oggi, invece, i diciannovenni arrivano in gruppo già programmati come un cronometro svizzero.
Seixas ha raccontato di aver passato due mesi lontano da genitori e fidanzata per un ritiro in altura pre stagione. Sacrifici veri, vita scandita da tabelle, sonno monitorato, alimentazione calibrata al grammo. Dal punto di vista fisiologico è un salto enorme: più globuli rossi, migliore trasporto di ossigeno, capacità di reggere uno sviluppo metrico importante anche oltre i 6 watt/kg nelle salite lunghe. Ma la testa?
Novak lancia un avvertimento che non possiamo ignorare: questi ragazzi sono già “tirati” a 19 o 20 anni. Sempre al limite, sempre in prestazione. Il rischio non è solo fisico. È mentale. Restare nella testa della corsa per dieci anni richiede energie che non si misurano con il misuratore di potenza. Serve margine, serve respiro.
Guardate la differenza in gruppo. I giovani di oggi tengono l’assetto perfetto già nelle categorie inferiori. Sanno stare in scia, gestiscono i rapporti con lucidità, leggono il vento. Ma la pressione mediatica e le aspettative li investono come una volata lanciata ai 70 all’ora. Ogni scatto diventa un esame, ogni rilancio un verdetto sul loro futuro.
Pogačar ha aperto la strada alla rivoluzione della gioventù. Seixas la sta percorrendo a velocità ancora più alta. La domanda non è se vincerà — le gambe parlano chiaro — ma quanto a lungo riuscirà a restare a quel livello senza pagare il conto.
Il ciclismo moderno chiede tutto, subito. Potenza, disciplina, continuità. La sfida per questa generazione non sarà solo staccare il gruppo compatto in salita. Sarà arrivare a trent’anni con la stessa fame, senza aver bruciato le tappe.
E qui, forse, una fetta di pizza e una sera davanti alla PlayStation non sono un limite. Sono equilibrio.
Francesco
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