Non c’era Remco Evenepoel, in ritiro in altura alle Canarie. Ma alla Parigi-Nizza, nella tappa 4 spazzata dal vento e dalla pioggia, la Red Bull-Bora-Hansgrohe ha corso come se il suo capitano fosse lì, davanti, a dettare il ritmo. Risultato: secondo, terzo e quarto posto sul traguardo in salita, alle spalle di un Jonas Vingegaard capace di prendersi vittoria e maglia con un’azione secca.
La giornata è stata un massacro. Ventagli fin dai primi chilometri, gruppo spezzato, cadute a ripetizione. Quaranta uomini davanti nel primo movimento decisivo, con sei corridori Red Bull su sette presenti. Solo Vlasov ha mancato il taglio. Poi la caduta che ha messo fuori gioco anche il leader Juan Ayuso. In mezzo al caos, la squadra tedesca era nel posto giusto.
Stare davanti, in queste condizioni, non è un dettaglio. Significa leggere il vento, occupare le prime posizioni nel gruppo compatto prima che la strada giri, imporre presenza. La Red Bull lo ha fatto dal chilometro zero, come chiesto in ammiraglia da Sven Vanthourenhout: niente tentennamenti, corsa dura subito. E quando il gruppo si è ridotto a una manciata di uomini, hanno continuato a forzare.
Sul traguardo, dietro a Vingegaard, sono arrivati Dani Martínez a 41”, poi Tim e Mick van Dijke. Tre uomini infangati, infreddoliti, ma solidi. Martínez, secondo in classifica generale, ha retto finché ha potuto. Quando Vingegaard ha cambiato ritmo sull’ultima salita, il colombiano era intorpidito dal freddo e non è riuscito a rispondere. Ma senza il lavoro dei fratelli Van Dijke, probabilmente si sarebbe staccato molto prima.
Questa è la fotografia della tappa: squadra compatta, corridori sempre nella testa della corsa, gestione lucida dopo ogni scossone. In una giornata in cui il gruppo ha perso 15 unità tra ritiri e cadute, la Red Bull ha trasformato il caos in opportunità. Non ha vinto, ma ha consolidato la generale con Martínez e mostrato una profondità che pesa in ottica Tour de France, dove lo stesso Martínez e Tim van Dijke sono nella lista lunga.
Van Dijke è stato chiaro: controllo per tutta la giornata, massimo sforzo per ampliare il gap in classifica. “Super doloroso ma importante”, ha detto. Parole che spiegano meglio di qualsiasi numero cosa significhi tirare a tutta in salita dopo 150 chilometri di ventagli, pioggia e rilanci continui. Quando passi ore a correre in scia per sopravvivere e poi devi ancora trovare lo scatto giusto, serve testa oltre che gambe.
Vanthourenhout, dall’ammiraglia, ha spinto i suoi a restare uniti fino all’ultimo chilometro. Sopravvivere alle prime due salite con più uomini possibile, per giocarsi tutto sull’ultima. Strategia semplice, esecuzione perfetta. In giornate così, il piano spesso salta. Stavolta no.
Persino Vingegaard ha riconosciuto la forza collettiva degli avversari. Senza quel forcing costante, l’azione decisiva avrebbe avuto un altro volto. Invece, la Red Bull ha reso la corsa una guerra e ha costretto tutti a correre al limite.
Evenepoel era lontano, ma avrà preso appunti. Una squadra che sa occupare la testa della corsa nel vento, che resta compatta quando la strada sale e che piazza tre uomini dietro al vincitore in una tappa regina, manda un messaggio chiaro al gruppo. Le grandi corse si vincono con il capitano. Ma si costruiscono così: uniti, davanti, senza paura.
Francesco
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