Tim Merlier rimette il numero sulla schiena dopo due mesi passati più in palestra che nel gruppo compatto. Il belga della Soudal-QuickStep rientra alla Grote Prijs Jean-Pierre Monseré, nelle Fiandre occidentali, ma lo fa senza proclami. Anzi, con una frase che pesa come un macigno: «So che soffrirò immensamente».
A 33 anni Merlier conosce il proprio motore. Sa quando gira pieno e quando invece manca pressione. Nel 2025, a questo punto della stagione, aveva già infilato sei vittorie, dominando le volate con la solita progressione violenta negli ultimi 200 metri. Quest’anno il cronometro si è fermato a causa di un problema al ginocchio che lo ha tenuto lontano dalle gare e lo ha costretto a rivedere completamente la preparazione.
Doveva esserci a Nokere Koerse e a Bredene-Koksijde. Ha alzato bandiera bianca. Troppo presto. Il rientro è stato rimandato ancora, finché non è arrivata la scelta di correre “in casa”, a Roeselare, su un tracciato meno esigente rispetto ad altre classiche. Una decisione lucida: meglio un banco di prova gestibile che un azzardo su distanza e intensità.
Merlier non si nasconde. Ha ripreso ad allenarsi da quattro settimane, ma solo nell’ultimo ritiro in Spagna è riuscito a pedalare per cinque ore consecutive. Non accadeva dal 6 settembre scorso. Per un velocista abituato a costruire la condizione tra lavori di soglia, sprint lanciati e rilanci fuori dalle curve, restare così a lungo senza continuità significa ripartire quasi da zero.
Il punto non è solo la gamba, ma il ritmo gara. Stare in scia nel gruppo compatto quando l’andatura supera i 50 all’ora richiede colpo d’occhio, reattività e fiducia nell’assetto. E quando la volata si apre, serve quel cambio di cadenza che ti porta da 1.200 watt in su in pochi secondi. Senza base aerobica solida, quello sforzo ti manda fuorigiri prima ancora di lanciare lo scatto.
Lo dice chiaramente: punta a finire la corsa e a provare a piazzarsi nel finale, ma parlare di vittoria è fuori luogo. Vede la gara come un test, quasi un esperimento. Le sue parole raccontano anche la parte mentale del rientro: notti insonni, timore di non tenere le ruote, paura di fallire. Sensazioni che ogni corridore conosce quando torna dopo un infortunio.
Il calendario, per ora, resta fluido. Gent-Wevelgem e Parigi-Roubaix sono escluse. Troppo lunghe, troppo dure, soprattutto con soli 250 chilometri da domare nel caso di Wevelgem. Merlier non vuole compromettere il resto della stagione forzando i tempi. L’obiettivo vero è arrivare competitivo ai Campionati Nazionali belgi e al Tour.
Tra le opzioni c’è un nuovo ritiro per costruire condizione e, se le sensazioni miglioreranno, la Scheldeprijs è già cerchiata in rosso. Una corsa da velocisti puri, terreno ideale per misurare davvero il proprio spunto.
Domenica però conta soltanto una cosa: riallacciare il filo con la corsa. Tornare a sentire il rumore del vento nelle orecchie, la tensione negli ultimi chilometri, il treno che si organizza davanti. Soffrirà, lo sa lui per primo. Ma per un uomo da volate, restare fermo è peggio. Francesco.
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