C’è una frase che dovrebbe entrare in ogni ammiraglia: il corridore sa cose che nessun file riesce a raccontare fino in fondo. Alex Dowsett oggi lavora dall’altra parte della barricata, come performance engineer alla XDS Astana e allenatore privato, ma parla con la lucidità di chi ha passato anni a misurare ogni watt in una cronometro WorldTour.
Il suo punto è netto: con il tempo, gli ex professionisti rischiano di deformare i ricordi. Le vittorie diventano più grandi, le giornate nere più drammatiche. Ma quando devi programmare il lavoro di un atleta, quella distorsione pesa. Per questo Dowsett si impone un esercizio costante: rimettersi nei panni del corridore. Chiedersi cosa significhi davvero ricevere una certa seduta, uscire sotto la pioggia o tenere un determinato passo contro il tempo.
Il tema non è romantico, è pratico. Prendiamo il maltempo. C’è l’idea che un britannico sia abituato a pedalare sotto l’acqua. Dowsett ammette che nell’era di Zwift sarebbe salito sui rulli senza pensarci. E allora, quando un atleta gli dice che una richiesta è eccessiva, lui prova a filtrarla con la memoria vera, non con il mito.
Lo stesso approccio vale per i numeri. Il suo vecchio riferimento era 400 watt: oggi, quando costruisce una sessione, la riporta mentalmente a quel livello per capire se sia sostenibile. Perché una tabella può essere perfetta sulla carta, ma in strada – o in una cronometro di un grande Giro – la realtà è diversa.
Lo racconta con un episodio chiave del Tour de France 2019. Nella cronometro di Pau, 27 chilometri secchi, gli venne suggerita una strategia brutale: 500 watt per cinque minuti, due volte, dentro uno sforzo di mezz’ora. Dowsett rispose con onestà: “Una volta posso farlo. Due, no”. Alla fine, per vincere servivano davvero quei 500 watt ripetuti. Lui chiuse 21°. Non aveva quel colpo in canna. Ma il nodo è un altro: l’atleta deve essere ascoltato.
Qui si gioca la differenza tra un tecnico mediocre e uno capace. Il primo impone. Il secondo ascolta, rilancia con domande, decide se sfidare o accogliere il feedback. Perché il dato non respira, il corridore sì. E nel ciclismo moderno, dove gli attacchi partono sempre più lontano e la corsa si accende a 80 chilometri dall’arrivo, l’evoluzione tattica corre più veloce dei file.
Dowsett lo ammette: più passano gli anni, più il gruppo cambia. Alcuni aspetti gli sono familiari, altri no. In quei momenti deve affidarsi alle sensazioni di chi è ancora nel gruppo compatto, dentro la battaglia vera.
La sua regola è chiara: dire sì quando possibile. Primo, perché spesso il corridore ha ragione. Secondo, perché sentirsi ascoltati dà fiducia. Quando la risposta è no, deve essere motivata, guadagnata sul campo. Anche perché oggi Dowsett vede l’altra faccia della medaglia: portare un atleta alla partenza richiede una macchina complessa, fatta di dettagli, fatica, continue richieste di eccellenza.
Eppure il messaggio finale è semplice e feroce, come una cronometro tirata al limite: nel ciclismo si è qui per vincere. Le domande non devono fermarsi. Le richieste neppure. Basta ricordarsi che dietro ogni numero c’è un uomo che spinge sui pedali, con le sue paure e la sua verità.
Francesco
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