Vent chilometri al traguardo di Nokere Koerse, gruppo compatto che fila verso il classico arrivo in leggera ascesa, tensione alle stelle. Jasper Philipsen evita una caduta, mette giù il piede sinistro e in quel gesto istintivo compromette la tacchetta. Un dettaglio? In volata no. Con una tacchetta danneggiata perdi stabilità, perdi connessione diretta tra piede e pedale, disperdi watt proprio quando serve il massimo trasferimento di potenza.
Philipsen non si ferma. Si sfila la scarpa sinistra in corsa, la consegna all’ammiraglia e ne infila un’altra al volo. Aggancia il pedale con il tallone ancora fuori, poi sistema tutto mentre il gruppo rilancia. Roberto in officina direbbe: sangue freddo e tecnica. Perché infilare una scarpa a 50 all’ora, in scia, con la testa della corsa che si prepara allo sprint, non è un esercizio da cicloturisti.
Il risultato? Vittoria. Prima stagionale. E un’immagine che resta: piede destro con scarpa bianca opaca, sinistro con una scintillante argento. Non solo due colori diversi. Due modelli diversi.
La scarpa argentata è la Shimano S-Phyre SH-RC903S Special Edition, quella che Philipsen ha già portato al successo anche alla Milano-Sanremo. Modello noto: suola rigida, chiusura Boa precisa, calzata da sprinter che spinge rapporti lunghi senza che il piede si muova di un millimetro sotto carico.
La scarpa bianca, invece, è un prototipo non ancora presentato. Niente loghi Shimano evidenti, nessun marchio S-Phyre visibile. Ma alcuni dettagli parlano chiaro: la forma della suola richiama le generazioni precedenti, così come la disposizione delle prese d’aria sul lato esterno. Segnali che portano comunque in casa Shimano.
La differenza più evidente sta nel sistema di chiusura. I due rotori Boa sono più distanziati rispetto alla RC903S: quello superiore è posizionato più esternamente, vicino alla caviglia; quello inferiore grava maggiormente sull’avampiede. Tradotto sulla strada? Maggiore possibilità di modulare la pressione tra arco plantare e metatarso. Per uno sprinter significa bloccare il tallone durante il rilancio e, allo stesso tempo, evitare compressioni eccessive sull’avampiede quando la cadenza sale oltre le 110 rpm negli ultimi 200 metri.
Correre – e vincere – con due scarpe diverse non è solo una curiosità estetica. È una questione di simmetria biomeccanica. Ogni scarpa ha una propria rigidità torsionale, una diversa distribuzione delle pressioni sulla pianta. In uno sprint in leggera salita come quello di Nokere, dove spingi seduto fino agli ultimi 150 metri prima dello scatto definitivo, l’allineamento piede-ginocchio-anca deve restare impeccabile. Cambiare scarpa significa adattarsi in pochi chilometri a un appoggio differente.
Philipsen lo ha fatto senza scomporsi. È rientrato davanti, ha preso posizione nel gruppo compatto e ha chiuso l’azione negli ultimi metri, annullando il tentativo di fuga proprio sulla rampa finale.
“Non sembra molto bello, ma è stato efficace”, ha detto con un sorriso. E ha ragione. Nel ciclismo conta la sostanza: tacchetta integra, piede stabile, watt che arrivano tutti sull’asfalto.
Il resto è colore. Anche se è argento su un piede e bianco sull’altro.
Francesco
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