Sul muro verso Camerino non si è corsa solo una tappa. Si è corsa una battaglia nervosa, sporca, fatta di scatti secchi e sguardi di sfida. Isaac Del Toro ha ribadito la sua superiorità, ma dietro di lui la lotta per il secondo gradino del podio ha acceso la Tirreno-Adriatico come una classica di primavera.
Giulio Pellizzari, maglia bianca e beniamino di casa, ha difeso il secondo posto in classifica generale per un solo secondo su Matteo Jorgenson. Un niente, dopo quasi una settimana di corsa. Un battito di ciglia che vale un podio WorldTour.
La Visma–Lease a Bike aveva messo nel mirino quel margine di 11 secondi che separava l’americano dall’italiano alla vigilia della tappa regina. Squadra compatta, ritmo alto, e perfino un Wout van Aert in versione gregario di lusso a lavorare per Jorgenson. Segnale chiaro: si va all-in.
Sull’ultima ascesa, con gli ultimi tratti che toccavano pendenze feroci, Pellizzari ha giocato d’anticipo. Ha attaccato presto, forse troppo. Quando forzi così, entri fuori soglia e paghi tutto con gli interessi. Del Toro ha controllato, poi ha rilanciato con quella fluidità che solo chi ha la corsa in pugno riesce a esprimere. Jorgenson ha seguito, ha provato a sfruttare il momento di difficoltà dell’italiano quando la strada spianava tra i vicoli in pietra di Camerino.
Per un attimo il distacco si è aperto. Pellizzari sembrava sull’orlo della crisi. E invece ha tenuto. Con un problema serio a un tendine che nei giorni precedenti lo aveva persino spinto a pensare al ritiro. “Se non fosse stata la mia salita, sulle mie strade, probabilmente mi sarei fermato”, ha confessato alla Gazzetta dello Sport. Parole pesanti. Perché un conto è soffrire in gruppo, un altro è farlo quando ogni pedalata brucia e sai che potresti perdere tutto.
Davanti, Jorgenson ha cercato anche la zampata di tappa, ma non è riuscito a restare sulla ruota di Del Toro nel finale. Tobias Halland Johannessen è rientrato e lo ha superato. Terzo al traguardo per l’americano, con 4” di abbuono. Pellizzari ha chiuso a 6” dal vincitore. Cronometro alla mano: 42” di ritardo da Del Toro in classifica generale, ma un secondo di vantaggio su Jorgenson.
Un secondo. In una corsa a tappe di sette giorni.
Jorgenson non ha nascosto l’ambizione: voleva ribaltare la generale. Ha attaccato sapendo che il vento contrario negli ultimi chilometri poteva spegnere le azioni troppo anticipate. Non aveva le stesse gambe del giorno prima, ha ammesso. E quando Del Toro accelera in salita, oggi, pochi riescono a rispondere.
Pellizzari invece ha corso con il cuore oltre la soglia. Cresciuto su quelle strade, tra quegli stessi tornanti dove da ragazzino sfidava gli amici. La folla lo ha spinto, lo ha quasi trascinato fino al traguardo. Ma la realtà resta brutale: secondo o terzo cambia poco solo sulla carta. Per un ragazzo di 22 anni, davanti al suo pubblico, conta eccome.
L’ultima tappa verso San Benedetto del Tronto prometteva un copione da gruppo compatto, ma con gli abbuoni intermedi ancora in ballo Visma poteva tentare l’ultima mossa. Pellizzari, invece, voleva solo arrivare in fondo e salire su quel podio conquistato metro dopo metro, tra dolore e orgoglio.
A volte il ciclismo si misura in watt. Altre volte in un solo secondo.
Francesco
23
