Egan Bernal si prende di nuovo la Colombia e lo fa alla sua maniera: da solo, davanti a tutti, su un percorso che non faceva sconti a nessuno. Tredici volte l’Alto de la Concepción, rampe che toccano il 20%, sei ore di corsa vera. Qui non vinci se hai nome, vinci se hai gambe. E Bernal le ha avute.
Il campionato nazionale 2026 si è deciso sulle strade di Zipaquirá, casa sua. Pubblico assiepato, urla sul bordo strada, pressione che ti entra nelle ossa prima ancora che nelle gambe. Bernal non si è nascosto. Ha corso sempre davanti, ha fatto selezione giro dopo giro, fino a restare con Iván Sosa. Poi lo scatto buono, quello che nasce quando senti che il rapporto è giusto e l’avversario inizia a perdere brillantezza. Arrivo in solitaria, sette secondi di margine, abbastanza per rialzarsi e godersela.
Non è stata la passeggiata del 2025, quando aveva rifilato oltre due minuti a tutti. Questa volta è stata una battaglia più serrata, ma forse per questo ancora più significativa. Vincere due anni di fila il titolo nazionale, su un circuito così duro e davanti alla propria gente, pesa più dei numeri.
Bernal, però, frena subito l’entusiasmo. Le sue parole sono chiare: in Europa non ci sono regali. Oggi ogni corsa si corre a tutta, anche quelle che una volta servivano solo a mettere chilometri nelle gambe. Niente più “preparazione”, solo intensità continua. Quando cita i nomi è quasi disarmante: Roglič, Evenepoel, Pogačar, Almeida, Vingegaard. Gente che trasforma ogni salita in un test di soglia e ogni rilancio in una sentenza.
Il messaggio è diretto anche per chi guarda da casa: i titoli nazionali contano, ma non spostano gli equilibri del WorldTour. Servono continuità, salute e lucidità. Bernal lo sa meglio di chiunque altro, dopo l’incidente che ha rischiato di chiudergli la carriera e le stagioni successive passate a rincorrere la forma.
La sua analisi della corsa è da corridore vero. Ha aspettato, ha corso coperto ma sempre in testa, ha lasciato che fosse il ritmo a fare selezione. Nel finale sapeva che uno sprint dopo sei ore non è uno sprint “normale”. Lì non conta lo spunto secco, conta quanto margine ti resta nel motore. Ha rischiato, perché sentiva Sosa forte, ma ha giocato la carta giusta al momento giusto.
Ora lo aspetta l’Europa, e non una qualsiasi. In programma ci sono Drôme Classic e Ardèche Classic, poi Strade Bianche, dove tornerà sullo sterrato che ama ma che gli ha già presentato il conto in passato. A seguire Tirreno-Adriatico e Volta a Catalunya, gare dove se stai bene puoi misurarti subito con i migliori uomini da corse a tappe.
La vittoria in Colombia è il primo mattone della stagione, il primo sorriso dopo mesi di lavoro. Ma Bernal resta con i piedi per terra, come dice lui. La maglia tricolore colombiana la vestirà ancora, e questo è un segnale forte. Per il resto, la strada europea dirà se questo Bernal può davvero tornare a lottare dove conta.
Francesco.
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