Adam Yates riparte da un’ammissione lucida, quasi brutale: nel 2025 ha caricato troppo. Troppe gare, troppo allenamento, troppe miglia nelle gambe. Il risultato è stato un rendimento lontano dai suoi standard e la sensazione che, anche per un motore diesel come il suo, serva saper togliere prima di poter rendere al massimo. Il 2026, per il britannico della UAE Team Emirates-XRG, nasce proprio da qui: ricalibrare il carico per tornare competitivo nei momenti che contano davvero, Giro d’Italia e Tour de France.
La stagione è partita prima del solito, con un debutto inedito al Tour Down Under. Non una corsa di passaggio, ma cinque giorni sempre a tutta, senza un metro regalato. Yates ci è arrivato dopo un periodo di vacanza in Australia con la famiglia, trasformato quasi per inerzia in un blocco di gare. Le gambe giravano, la condizione c’era, e la squadra aveva bisogno di uomini pronti, viste le numerose assenze per infortunio. Jay Vine, Jhonatan Narváez, Mikkel Bjerg e Vegard Laengen hanno lasciato buchi importanti nell’organico, e Yates ha risposto presente.
I risultati non raccontano un’esplosione di forma, ma segnali solidi: settimo sull’impegnativa salita di Uraidla al Down Under, tappa chiave per l’economia della corsa poi vinta da Vine, e diciannovesimo alla Cadel Evans Great Ocean Road Race, resa dura dal vento e da un finale tutt’altro che piatto. Chilometri di qualità, pieni di stress, tra jet lag, trasferimenti e giornate “full gas” che non lasciano spazio a recuperi improvvisati.
Dall’Australia, la rotta porta verso il Medio Oriente. Prima il Muscat Classic, poi il Tour of Oman, una corsa che Yates conosce palmo a palmo e che ha già vinto nel 2024 e nel 2025. La chiave resta sempre Jabal Al Akhdar, la Green Mountain: salita secca, pendenze costanti, terreno ideale per chi sa tenere un ritmo alto senza andare fuorigiri. Qui Yates non ha bisogno di inventare: imposta il suo passo, sceglie il rapporto giusto e lascia parlare le gambe.
Il programma, però, non è scolpito nella pietra. Le esigenze di squadra potrebbero portarlo anche al via dell’UAE Tour, allungando ulteriormente la permanenza lontano da casa. Una scelta fatta più per necessità che per pianificazione, ma accettata con realismo: quando la condizione è buona, un corridore di esperienza sa che conviene correre.
La vera novità sta dopo. Finito il blocco medio-orientale, Yates ha già deciso che tirerà il freno. Una pausa vera, per poi ricostruire con metodo verso gli appuntamenti chiave di maggio e luglio. L’obiettivo è arrivare al Giro con freschezza, non con chilometri nelle gambe buoni solo per le statistiche. “Spegnere un po’ il motore”, come ha detto lui stesso, per poi riaccenderlo al momento giusto.
A 33 anni, Yates non deve più dimostrare di saper soffrire. Deve dimostrare di saper scegliere. Il 2026 parte da questa consapevolezza: meno volume, più precisione. E quando la strada salirà davvero, sarà lì che si vedrà se la lezione è stata imparata.
Francesco.
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