Il Tour Down Under 2026 ha confermato una verità chiara: l’Australia non è più terra di semplice rodaggio, ma un campo di battaglia vero, dove arrivare corti di gamba significa sparire subito dal radar. Nove giorni di corsa complessiva, tra gara maschile, femminile e ProSeries, hanno messo insieme caldo feroce, strade aperte, imprevisti assurdi e un livello medio altissimo. Alla fine hanno alzato le braccia Jay Vine e Noemi Rüegg, entrambi per la seconda volta ad Adelaide, entrambi passati attraverso momenti tutt’altro che comodi.
Vine ha costruito la sua corsa come un cronoman del wattaggio: preparazione mirata, numeri chiari in testa e un punto preciso dove far saltare il banco. La Corkscrew Road, doppia ascesa nello stage 2, è stata la sua rampa di lancio. Lì ha accelerato secco, senza guardare indietro, mettendo in difficoltà anche compagni di altissimo livello come Narváez. Quello scatto ha indirizzato la classifica generale. Poi è arrivato l’imprevisto: la caduta causata dall’irruzione di due canguri in gruppo, nel finale. Vine finisce a terra, riparte, insegue, stringe i denti. Non va in panico, gestisce, difende la maglia fino a Stirling. Sangue freddo da leader vero.
Sul fronte femminile, Noemi Rüegg ha vinto una corsa ancora più complicata tatticamente. Nell’ultima tappa si è trovata isolata contro tre UAE Team ADQ, sul terreno più duro della gara. La prima volta sulla Corkscrew soffre, perde ritmo, sembra sul punto di cedere. Alla seconda risale in sella con un altro piglio, tiene la posizione e poi gioca d’anticipo. Non forza al momento sbagliato, aspetta, legge la corsa, si prende la vittoria senza mai essere realmente fuori controllo. Due su due ad Adelaide non arrivano per caso.
Il segnale più forte, però, arriva dal contesto. Qui si corre già a tutta. I corridori arrivano preparati, i team con obiettivi chiari. Lo dice anche Stuart O’Grady: percorso più duro, ritmo alto, e nonostante tutto gruppo ancora compatto dopo 170 chilometri. Questo è WorldTour pieno, a gennaio.
Emozionante anche l’ultima passerella australiana di Amanda Spratt. Annunciato il ritiro a fine stagione, non si limita a salutare. Attacca, sta davanti, chiude settima nella generale. A 38 anni dimostra che la gamba c’è ancora e che il rispetto del gruppo se lo prende pedalando, non con la carriera.
Nota di merito per Tudor Pro Cycling, unica ProTeam al via tra i big. Marco Brenner sfrutta bene prologo e Corkscrew, entra nella top 10 e chiude quarto dopo l’uscita di scena di Narváez. Obiettivo centrato e sogno quasi più grande del previsto.
Infine, la giornata surreale dello stage 4 maschile: caldo oltre i 40 gradi, rischio incendi, Willunga Hill cancellata. Da tappa per scalatori diventa terreno da sprinter resistenti. NSN Cycling si riorganizza al volo, perde il treno con l’infortunio di Jake Stewart, ma trova in Ethan Vernon e in un improvvisato lead-out la chiave per vincere.
Il Tour Down Under cresce ancora, soprattutto al femminile, con tutte le WorldTeam presenti e una profondità mai vista. Qui non si fanno regali. Nemmeno ai canguri.
Francesco
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