Nel ciclismo professionistico ogni dettaglio è sponsorizzato. Maglia, casco, ruote, coperture, integratori. Sulla carta tutto è controllato. Sull’asfalto, quando pioggia e freddo mordono, contano altre leggi. La più semplice: arrivare in fondo alla corsa.
Milano-Sanremo 2013 resta lo spartiacque. Pioggia, neve, vento laterale da strappi sul banco. In gruppo compaiono decine di giacche nere, aerodinamiche, con loghi cancellati a pennarello. È la Gabba di Castelli. Non sponsor ufficiale per quei team, ma unica barriera efficace contro il freddo senza trasformarsi in una vela. Ne erano state vendute circa mille in tutto il mondo. Centinaia finirono addosso ai professionisti, comprate di tasca propria, caricate in macchina la notte prima. Cancellara ne aveva due nel bagagliaio. Voeckler ne acquistò trenta per la squadra. Non era marketing, era sopravvivenza.
Da allora il fenomeno esiste, ma si muove sottotraccia. I team hanno alzato l’asticella e i marchi hanno imparato la lezione: se il prodotto non regge il confronto, il corridore lo sostituisce. Anche a costo di cancellare un logo. Un professionista, rimasto anonimo, racconta test su pista con body gara a confronto: il più veloce era quello UAE-Pissei, due watt meglio del loro. Due watt sono niente per un amatore, ma in una cronometro WorldTour sono una bici alla fine del rettilineo. Accettabile. Se fossero stati dieci, sarebbe scoppiato il caso.
Il punto critico resta l’abbigliamento da maltempo. Giacche che non tengono caldo, che bagnate raffreddano più della pelle nuda. In quelle situazioni sono intervenuti perfino i medici sociali, consigliando ai corridori di usare materiale fuori contratto per non ammalarsi. Castelli, consapevole, ha creato un “pro shop” con capi neutri, senza marchi, per evitare frizioni con gli sponsor ufficiali. In alcuni casi i team hanno avuto il via libera diretto dai partner tecnici. In altri, i corridori hanno fatto da soli.
Lontano dalle corse il controllo si allenta ancora di più. In allenamento molti usano giacche e calzamaglie diverse da quelle fornite dalla squadra, soprattutto nei veri inverni del Nord Europa. “Le nostre sono invernali, sì, ma in stile Costa Azzurra”, racconta lo stesso corridore. Quando la temperatura scende sotto zero, l’orgoglio del brand conta meno della salute.
Più difficile da individuare è lo “sgarro” nell’alimentazione. Gel e bevande spariscono in un attimo. Qui le abitudini personali vincono spesso sul contratto. Chi ha sempre funzionato bene con un prodotto, difficilmente lo cambia nel pieno di una gara.
All’opposto ci sono squadre come EF Education-EasyPost, che lavorano a braccetto con i fornitori. Il caso Ben Healy è emblematico: setup estremi, maniche tagliate, casco aero discusso, ma tutto sponsor-correct. Vent’anni fa sarebbe stato il primo a cercare altro. Oggi il margine si costruisce insieme al partner, non contro.
I social hanno fatto il resto. Ogni cucitura viene fotografata, ogni copertura riconosciuta. Pensare di correre con gomme o giacche “sbagliate” senza essere scoperti è pura fantasia. Così la vera differenza la fa il budget: i team ricchi attraggono sponsor capaci di sviluppare prodotti all’altezza. Gli altri spesso devono adattarsi.
Nel ciclismo moderno la fedeltà non si impone con un contratto, si guadagna sul campo. Se il materiale funziona, il corridore lo indossa. Se no, sotto la pioggia, vince sempre l’istinto di restare caldo e arrivare al traguardo.
Francesco.
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