Il Tour Down Under 2026 si è chiuso come solo l’Australia sa fare: caldo, strade nervose, ritmo spezzato e un fattore esterno fuori da ogni schema tattico. Due canguri che saltano nel gruppo, una caduta pesante, la maglia di leader coinvolta e costretta a inseguire. E alla fine, comunque, Jay Vine ancora in cima alla classifica generale.
UAE Team Emirates-XRG arrivava alla quinta e ultima tappa con una situazione paradossale: un vantaggio enorme in classifica, 1’03” sul secondo, ma una squadra ridotta all’osso. Narváez fuori il giorno prima dopo una caduta violenta, Vegard Stake Laengen già ritirato, cinque uomini al via. Assetto difensivo, controllo senza andare in sovraregime, lasciare spazio alla fuga e gestire. Piano semplice, da corsa bloccata. Fino al chilometro cento.
Nel primo tratto del circuito di Stirling, a meno di 100 km dall’arrivo, il gruppo è stato travolto da un episodio surreale: due canguri hanno attraversato la strada saltando dentro il gruppo compatto. Ne è nata una caduta a catena. Mikkel Bjerg finisce a terra dolorante, Jay Vine rimane coinvolto, cambio bici obbligato e distacco. Nel ciclismo moderno, quando il gruppo accelera, rientrare è un conto. Quando il gruppo capisce che il leader è a terra, cambia tutto.
Vine riparte grazie alla bici di Ivo Oliveira. Il gruppo davanti si rialza. Nessuna forzatura, nessuna imboscata. Una regola non scritta del gruppo: gli incidenti così si rispettano. Vine pedala fluido, senza strappi, lavora di rapporto agile, evita il fuorigiri e rientra senza spendere watt inutili. Juan Sebastián Molano, nonostante fosse stremato dal lavoro precedente, piazza un’ultima accelerazione per chiudere il buco prima di alzare bandiera bianca e ritirarsi. Bjerg non rientrerà. Altri uomini persi, ma la corsa resta in controllo.
Da lì in avanti il finale è gestione pura. UAE non tira, non ne ha bisogno. Altre squadre prendono in mano l’inseguimento: i velocisti annusano l’occasione, il circuito non è selettivo come previsto e la testa della corsa viaggia con sviluppo metrico alto ma ritmo costante. Vine resta sempre coperto, ben piazzato, in scia giusta, senza mai esporsi. Adam Yates e Oliveira bastano per proteggerlo nei punti chiave, soprattutto sull’ultima salita verso Stirling, dove conta più la posizione che la gamba.
La tappa va ai velocisti, ma la vittoria vera è un’altra. Vine taglia il traguardo nel gruppo principale, nessun rischio inutile, e mette il sigillo al suo secondo Tour Down Under in carriera. Lo fa con uno dei margini più ampi degli ultimi vent’anni, nonostante una corsa segnata da cadute, imprevisti e una squadra decimata.
Questa non è stata solo una vittoria di gambe. È stata una vittoria di testa, di gestione dello sforzo, di lettura del gruppo. Quando il caos entra in corsa, chi sa pedalare dritto, senza farsi prendere dal panico, vince due volte. Anche se davanti ti salta un canguro.
Francesco.
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