Stefan Küng cambia maglia, ma non cambia natura. Nel 2026 vestirà il nero e rosso della Tudor Pro Cycling, una scelta ponderata, cercata, maturata dopo undici stagioni divise tra BMC e Groupama-FDJ. Non è una fuga improvvisa, è un cambio di ambiente per tornare a giocarsi fino in fondo le Classiche sul pavé, contro mostri sacri come Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel.
Il debutto arriverà alla Challenge Mallorca, banco di prova utile per riaccendere il motore e testare i primi automatismi. Subito dopo, Küng guiderà Tudor nella cronometro a squadre del Trofeo Ses Salines: 24 chilometri dove contano posizione in sella, sincronizzazione e capacità di tenere alta la velocità senza andare in fuorigiri. Qui entra in gioco il suo vero valore aggiunto. Küng non è solo un passista potente, è un uomo da galleria del vento, uno che sa leggere i dati e trasformarli in watt risparmiati.
Il suo ruolo sarà centrale nello sviluppo del materiale, in sinergia con BMC e Sportful. Ogni dettaglio conta: dall’assetto aerodinamico alla rigidità del telaio sotto stress, perché una cronometro moderna si vince limando secondi già nella fase di progetto. Questa esperienza servirà anche a uomini da classifica come Michael Storer, soprattutto in vista del Giro d’Italia e della cronometro a squadre inaugurale del Tour de France a Barcellona. Tudor non parte per vincere subito, ma per crescere. Top five come primo obiettivo, poi alzare l’asticella.
Sul fronte Classiche, Küng è il tassello che mancava. Guiderà il reparto del Nord insieme a Matteo Trentin, Luca Mozzato, Marco Haller e Marius Mayrhofer, liberando Julian Alaphilippe e Marc Hirschi per le Ardenne. Il calendario è completo: Omloop Het Nieuwsblad, ritiro in altura, poi il grande blocco sul pavé. Sei top ten nei Monumenti del pavé negli ultimi quattro anni, un terzo posto alla Parigi-Roubaix 2022. I numeri dicono che la vittoria non è un’utopia.
Küng sa che nove volte su dieci Pogačar e Van der Poel partono favoriti. Ma le Classiche non sono una cronaca scritta. Sono gestione dello sforzo, capacità di resistere agli scatti ripetuti, di restare lucidi dopo 200 chilometri quando il gruppo è già esploso. Qui entra in gioco la sua arma migliore: la durabilità. Con l’evoluzione del ciclismo – materiali più veloci, nutrizione spinta, corse sempre più dure da lontano – il finale inizia a 150 chilometri dall’arrivo. Ed è proprio lì che Küng cresce.
Lo dice lui stesso: oggi si corre due o tre chilometri orari più forte rispetto a dieci anni fa. L’alimentazione è cambiata radicalmente, i carboidrati non si temono più, si inseguono. Questo ha reso le Classiche più intense e selettive. Per Küng, che soffre meno l’usura delle accelerazioni continue, è un terreno fertile. Se la corsa si indurisce presto e il gruppo si sgrana, lui resta lì, in testa alla corsa, pronto a giocarsi quella chance che può cambiare una carriera.
Francesco.
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