Duecentonovantotto chilometri, quasi sette ore in sella, e tutto si decide per mezza ruota sulla Via Roma. La Milano-Sanremo 2026 entra negli archivi con il sigillo di Tadej Pogačar, ma soprattutto con l’immagine di due fuoriclasse lanciati a oltre 60 all’ora, bici buttate sul traguardo, nervi tesi come cavi d’acciaio.
La corsa si accende da lontano, come sempre. Subito via la fuga a nove uomini: Bardiani, Movistar, Polti-Visit Malta, Novo Nordisk, Picnic-PostNL. Il gruppo lascia fare, ma davanti si viaggia a oltre 51 di media nei primi chilometri. Silvan Dillier prende in mano il ritmo per Alpecin-Premier Tech e si sobbarca un lavoro massacrante: quasi 200 chilometri a tirare, a regolare un vantaggio che arriva a sfiorare i sette minuti. Una gestione al limite della soglia aerobica per ore, con rilanci continui nelle rotonde e nei tratti esposti al vento.
Sul Turchino la corsa resta sotto controllo. Dopo la lunga discesa verso il mare e la costa ligure, però, cambia l’inerzia. Domen Novak subentra e alza l’andatura: la testa della corsa perde minuti, il gruppo si assottiglia. Ai Tre Capi si entra in territorio da Classica vera. Sul Capo Berta il vantaggio precipita sotto i due minuti. Le ammiraglie iniziano a parlare meno, le gambe devono rispondere.
A 6 chilometri dalla Cipressa, la svolta. Una caduta coinvolge Pogačar, Van Aert e altri uomini di primo piano. Il campione del mondo si rialza, cambia ritmo con rabbia, rimonta tra le auto e rientra ai piedi della salita. Qui si misura la differenza tra un grande corridore e un fenomeno capace di assorbire uno sforzo massimale fuori programma e rilanciare subito oltre soglia.
Sulla Cipressa, McNulty e Del Toro preparano il terreno, poi Pogačar apre il gas. Con lui restano solo Tom Pidcock e Mathieu van der Poel. Tre uomini, tre motori diversi: la potenza esplosiva dello sloveno, l’agilità e la tecnica del britannico, la resistenza del campione uscente. Pogačar insiste con più scatti, lavora ad alta cadenza per spezzare il ritmo. Van der Poel cala, Pidcock no. Il britannico resta incollato alla ruota, reattivo su ogni variazione, composto anche quando la pendenza morde.
In discesa verso Sanremo, Pidcock mostra la sua abilità: traiettorie pulite, nessuna esitazione, rilancio immediato all’uscita delle curve. I due collaborano, mentre dietro Van der Poel viene riassorbito e Van Aert prova un ultimo scatto dal gruppo.
Sull’ultimo strappo del Poggio Pogačar cambia passo più volte. Non è uno scatto secco: è una progressione in coppia, con Pidcock che metà ruota lo sfida e lo marca. In cima hanno ancora margine. La partita si giocherà sul lungomare.
Ultimo chilometro. Nessuno vuole lanciare lungo. Poca tattica, tanta tensione. Ai 200 metri Pogačar parte deciso, rapporto lungo, busto basso sull’attacco manubrio. Pidcock risponde con tempismo perfetto. Si va al colpo di reni. Mezza ruota consegna la Classicissima allo sloveno in 6h35’49”. Terzo Wout Van Aert a 4”, poi Pedersen e Strong.
Pogačar completa così la sua collezione di Monumenti italiani. Gli resta una sola casella vuota: la Parigi-Roubaix. Ma questa è un’altra storia. Oggi conta la potenza nel momento giusto, la capacità di rilancio dopo una caduta e la freddezza in uno sprint a due dopo quasi 300 chilometri. La Sanremo non perdona, ma premia chi osa sul Poggio e non smette di crederci neanche a 50 all’ora.
Francesco
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