Tom Pidcock ha acceso la miccia a Superga e ora guarda dritto verso la Cipressa. La vittoria alla Milano-Torino, conquistata con uno scatto secco negli ultimi 500 metri sulla rampa finale al 14%, racconta di una condizione brillante. Ma lui lo dice senza giri di parole: per vincere la Milano-Sanremo non basta avere gamba. Serve posizione, tempismo, sangue freddo.
A Superga ha corso con testa e potenza. Quando Roglič ha allungato a poco più di un chilometro dall’arrivo, Pidcock non è andato fuorigiri. Ha gestito lo sforzo, ha chiuso il gap con progressione e, una volta rientrato, ha rilanciato deciso verso il traguardo. Questo è il segnale più interessante: la capacità di leggere l’azione e distribuire lo sforzo su uno strappo che non perdona. Su pendenze così, la rigidità del telaio e la risposta del movimento centrale fanno la differenza nei cambi di ritmo. E lui ha trasformato ogni watt in avanzamento puro.
Eppure, parlando della Classicissima, cambia registro. “È molto diversa, molto esplosiva”, ha spiegato. La Sanremo non si vince solo con il motore acceso sui 670 metri di Superga. Si decide in pochi minuti violenti, quando il gruppo passa dalla pianura al primo tornante della Cipressa a velocità folle. Se sei indietro in quel momento, sei finito. L’anno scorso era in grande forma, ma si è trovato nella posizione sbagliata e una caduta alla base della Cipressa lo ha tagliato fuori prima ancora che i favoriti scoprissero le carte.
Ecco il punto: la condizione è necessaria, ma la posizione nel gruppo è determinante. Alla Cipressa si entra oltre i 60 all’ora. Il gruppo compatto si allunga, chi resta chiuso perde dieci metri che diventano cinquanta in poche pedalate. Pogacar attacca, Van der Poel risponde, e tu devi essere lì, non a inseguire. “Sappiamo cosa succederà sulla Cipressa”, ha detto Pidcock. Tradotto: l’azione esploderà ancora lì.
Il suo 2026 è partito solido. Podio alla Vuelta a Murcia, podio alla Clásica Jaén, vittoria di tappa e terzo posto finale in Andalusia. Top 10 alla Strade Bianche, poi la scelta di inserire la Milano-Torino come rifinitura. Una corsa di 174 chilometri con finale duro, perfetta per affinare il ritmo gara e la capacità di rilancio dopo accelerazioni ripetute.
Alla Milano-Torino il copione si è acceso sull’ultima ascesa di Superga. Un drappello selezionato: Roglič, Pellizzari, Uijtdebroeks, Cepeda, Fortunato. Roglič ha provato a fare la differenza con un primo scatto lungo. Pidcock ha aspettato il momento giusto, ha chiuso e poi ha piazzato la sua stoccata. Quando ha deciso di fare il forcing, nessuno ha più risposto. Questo indica brillantezza neuromuscolare: la capacità di cambiare ritmo dopo oltre quattro ore di sella.
Ora però la distanza è un’altra storia: quasi 300 chilometri fino a Sanremo. È una gara di pazienza, di gestione dello sviluppo metrico nelle lunghe fasi in scia, di economia prima dell’esplosione finale. Pidcock ha già dimostrato di poter tenere le ruote dei migliori, ma il suo miglior piazzamento resta un undicesimo posto.
Sabato servirà una sintesi perfetta tra testa della corsa e istinto. Essere davanti quando conta. Perché alla Milano-Sanremo non vince solo il più forte. Vince chi legge il momento e colpisce nel punto esatto della corsa.
Francesco
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