A volte in una corsa a tappe non è l’attacco in salita a decidere tutto, ma un attimo di distrazione nel gruppo compatto. A Nizza, nell’ultima tappa della Paris-Nice 2026, Dani Martínez ha rischiato di vedere svanire il secondo posto in classifica generale per un contatto banale, ma devastante nelle conseguenze.
Mancavano poco più di 50 chilometri all’arrivo. Si affrontava la penultima salita, ritmo alto, posizioni che valgono oro. Martínez prova a risalire il gruppo. Davanti a lui c’è il compagno di squadra Laurence Pithie, che si sposta dalla sua linea guardando altrove. Le ruote si toccano. Il colombiano finisce a terra, resta sull’asfalto piegato dal dolore, con la mano a stringere costato e braccio.
Fino a quel momento aveva la corsa sotto controllo. Secondo in classifica generale alle spalle di Jonas Vingegaard, forte dei piazzamenti ottenuti sulle tappe chiave di Uchon e Colombier-le-Vieux. Una Parigi-Nizza costruita giorno dopo giorno, anche sotto la pioggia e nel caos della quarta tappa, quando la Red Bull-Bora-Hansgrohe aveva preso in mano la corsa con autorità.
Poi, in un secondo, tutto in bilico.
“Per un momento ho pensato di fermarmi”, ha ammesso Martínez dopo l’arrivo. Parole pesanti. Perché quando cadi così, in salita, con la respirazione che brucia e le costole che sembrano cedere a ogni colpo di pedale, la testa deve fare il lavoro più duro. L’adrenalina ti rimette in piedi, ma il dolore resta.
La corsa non aspetta. Davanti si rilancia a tutta. Il vantaggio su Georg Steinhauser, terzo in generale al via della tappa, era di 2’28”. Sulla strada, nel momento peggiore, quel margine si assottiglia fino a 2’08”. Un attimo ancora e il podio vola via.
Qui entra in gioco la squadra. Pithie, protagonista involontario della caduta, si ferma. Aleksandr Vlasov tira fuori una prova da capitano aggiunto: passo regolare in salita, progressione in discesa, niente strappi inutili. Quando devi salvare una posizione in classifica generale non servono scatti: serve ritmo, serve lucidità, serve tenere il motore appena sotto la soglia per non andare fuorigiri con le costole accese dal dolore.
Martínez stringe i denti, si rialza sui pedali quando la strada lo impone, resta coperto in scia quando può. Ogni metro diventa una conquista. Nel finale, con ancora una salita classificata e poi la picchiata verso Nizza, il distacco smette di crescere. Anzi, si stabilizza. È il segnale che il podio può essere salvato.
All’arrivo chiude a 51 secondi dal vincitore di tappa Lenny Martinez e a 44 secondi dal gruppo dei diretti rivali per la generale. Sufficiente. Secondo posto blindato. Subito dopo il traguardo l’adrenalina evapora e il dolore torna a mordere. Di nuovo le mani sulle costole. Ma il lavoro è fatto.
Attraversa la linea con Vlasov al suo fianco. Un gesto che racconta più di tante analisi: questa non è la storia di un capitano lasciato solo, ma di una squadra che, dopo otto giorni di lavoro, non ha mollato nel momento critico.
Per Martínez è il miglior risultato in una corsa a tappe dai tempi del secondo posto al Giro del 2024. Per la Red Bull-Bora-Hansgrohe è la conferma di avere un uomo da classifica capace di soffrire, di restare lucido sotto pressione e di trasformare una caduta in un atto di resistenza pura.
Le grandi corse si vincono anche così: restando in piedi quando tutto ti invita a scendere di sella.
Francesco
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