Isaac del Toro ha chiuso la Tirreno-Adriatico a braccia alzate, scortato dai compagni della UAE Team Emirates-XRG che hanno occupato tutta la carreggiata sul lungomare di San Benedetto del Tronto. Una caduta nel finale, dietro di lui, ha congelato la volata ma gli ha anche regalato qualche secondo per assaporare il momento. Ventidue anni, primo messicano a conquistare la Corsa dei Due Mari, due corse a tappe WorldTour vinte su due in questa primavera dopo l’UAE Tour. Numeri che pesano.
La sua vittoria nasce da basi solide. Cronometro iniziale corsa con potenza e precisione: quando un uomo di classifica guadagna terreno contro il tempo significa che ha motore e posizione in sella stabile, senza dispersioni. Poi l’affondo sullo sterrato verso San Gimignano, dove ha fatto la differenza insieme a Giulio Pellizzari, e infine l’attacco deciso sulla salita di Camerino. Lì Del Toro non ha solo risposto: ha staccato. Ha gestito gli sforzi, ha scelto il momento. Segno di maturità.
La classifica finale racconta distacchi netti: 40 secondi su Matteo Jorgenson, 42 su Pellizzari, con l’abbuono di tre secondi conquistato dallo statunitense nell’ultima frazione che non cambia la sostanza. Del Toro ha controllato la corsa con lucidità, senza frenesia. Chi lo ricorda in maglia rosa al Giro, quando marcò Carapaz sul Colle delle Finestre lasciando campo libero a Simon Yates, sa che quella ferita brucia ancora. Stavolta non ha sbagliato lettura.
“Voglio imparare a vincere il più velocemente possibile”, ha detto. Parole che suonano come un programma. In UAE lo considerano l’erede naturale di Tadej Pogačar, e lui non scappa dal confronto. Anzi, lo osserva da vicino. Ammira la capacità dello sloveno di correre seguendo l’istinto, di sentire la corsa nel corpo prima ancora che nei numeri del misuratore di potenza. Del Toro vuole diventare un leader, ma sa che per farlo deve attraversare anche la scuola del gregariato di lusso.
Ha scelto di correre il Tour de France accanto a Pogačar, invece di cercare spazio altrove in un altro Grande Giro. Una decisione precisa: imparare nella corsa più grande del calendario, respirare la pressione vera, capire come si gestisce la testa della corsa quando il gruppo compatto viaggia a cinquanta all’ora e ogni rilancio può spezzare le gambe.
Prima c’è la Milano-Sanremo. Del Toro non farà la Milano-Torino e si metterà al servizio del suo capitano nella Classicissima. Senza Narváez e Wellens, entrambi fuori per infortunio, il suo ruolo diventa ancora più delicato. Se Pogačar vorrà incendiare la Cipressa, serviranno uomini capaci di tenere un ritmo al limite del fuorigiri, scremare il gruppo, impedire rientri. L’anno scorso Del Toro perse posizione e dovette inseguire. Questa volta dovrà farsi trovare davanti, pronto a tirare fino all’ultima pedalata.
È in grande forma, ma ha promesso fedeltà totale. Niente ambizioni personali, solo lavoro sporco fatto bene. E quando un corridore che ha appena vinto la Tirreno parla così, significa che ha capito una cosa fondamentale: per diventare un campione completo non basta attaccare. Bisogna sapere quando tirare il gruppo, quando stare in scia, quando sacrificarsi.
Del Toro sta crescendo. E lo sta facendo alla maniera dei grandi: vincendo e imparando. Francesco
23
