Wout van Aert ha sofferto sulle strade della Tirreno-Adriatico, e questa è la notizia migliore in vista della Milano-Sanremo. Perché certe corse non le costruisci sui rulli, le scolpisci nel gruppo, quando l’andatura la decide qualcun altro e tu devi rispondere agli scatti con il cuore in gola.
Il belga arrivava da un inverno complicato: frattura alla caviglia il 2 gennaio, stop forzato, poi la malattia che gli ha fatto saltare l’Omloop. Alla Strade Bianche era lontano dal passo dei migliori. Nelle prime tappe della Corsa dei Due Mari ha commesso qualche errore. Ma a Camerino, sull’arrivo nervoso dopo una sequenza di salite, è tornato dentro la selezione che contava. Non solo: ha lavorato con generosità per l’azione di Matteo Jorgenson, provando a ribaltare la generale.
Questo significa condizione in crescita. Significa che quando la strada sale e il ritmo si impenna, Van Aert tiene la testa della corsa senza andare fuorigiri. Lui stesso lo ha detto chiaramente: in allenamento scegli sempre una certa zona di comfort. In gara no. In gruppo devi stare coperto, leggere le traiettorie, rispondere ai cambi di ritmo. È quella “durezza” che fa la differenza quando si entra nel finale di una Classica.
Non vince dal trionfo spettacolare sugli Champs-Élysées al Tour dello scorso anno. E alla Tirreno un’occasione l’ha vista scivolare via: nella tappa di Martinsicuro ha speso troppo, permettendo a Mathieu van der Poel di sfruttare il suo lavoro e imporsi nello sprint ristretto. Errore di lettura? Forse. Ma anche segnale di gambe che girano, perché per tirare in quel modo devi avere motore.
Van Aert si è dato un otto su dieci per la settimana italiana. Con una vittoria, ha ammesso, il voto sarebbe salito. Però le sensazioni sono quelle giuste. E soprattutto non accetta la narrazione di un corridore appagato: “So che vinco meno di prima, ma il vincente dentro di me non è sparito”. Parole che pesano, pronunciate da uno che alla Sanremo non è mai uscito dai primi cinque in otto partecipazioni.
Ora qualche giorno in Belgio, poi di nuovo in Italia per affrontare 298 chilometri che non perdonano. La Classicissima non è solo questione di motore, ma di posizionamento e sangue freddo. Cipressa e Poggio chiedono potenza e lucidità: se Pogačar accende la miccia sulla Cipressa e Van der Poel rilancia sul Poggio, devi avere cambio di ritmo e sprint pronti. Devi saper stare in scia quando il gruppo si assottiglia e scegliere l’attimo per uscire.
Van Aert non si mette tra i grandi favoriti. Indica proprio Pogačar e Van der Poel come uomini da battere. Può essere tattica, può essere realismo. La Sanremo è una corsa dove tutto resta in bilico fino agli ultimi 500 metri. Lui lo sa bene: la conosce, l’ha già vinta nel 2020, e l’anno scorso l’ha guardata da un ritiro in altura con il magone.
Ora torna al via per vincere. Non per fare presenza. Le gambe, dice, sono buone. E quando uno come Van Aert trova ritmo gara e fiducia, diventa un problema per tutti. Sulla Via Roma non serve essere perfetti per 298 chilometri. Serve esserlo negli ultimi cinque minuti.
E lì vedremo se il vincente che porta dentro tornerà a ruggire.
Francesco
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