Alan Hatherly ha chiuso la Tirreno-Adriatico al tredicesimo posto. Un numero che, letto in fretta, può sembrare solo una buona classifica. In realtà racconta molto di più: racconta la trasformazione accelerata di un campione del mondo di mountain bike che sta imparando a stare nel gruppo compatto del WorldTour.
Il sudafricano della Jayco-AlUla ha festeggiato i 30 anni proprio al termine della Corsa dei Due Mari. E si è fatto il regalo migliore: una settimana sempre nel vivo della testa della corsa, senza mai affondare davvero. Sesto nella cronometro inaugurale, capace di guadagnare secondi preziosi sugli uomini di classifica, poi solido sullo sterrato di San Gimignano e sulle rampe dure delle Marche nelle tappe finali. Quando la strada si è impennata e il ritmo è salito oltre soglia, lui è rimasto lì, a pochi watt dal gruppo dei migliori.
“Mi mancano ancora alcuni watt per restare agganciato al primo gruppo”, ha ammesso con lucidità. Ed è proprio questa la chiave tecnica della sua Tirreno: non una questione di motore assoluto, ma di capacità di reggere i cambi di ritmo violenti, quei rilanci secchi che nel ciclismo su strada arrivano dopo una curva, uno spartitraffico, un restringimento. Nel cross country sei tu a scegliere la linea e il momento dell’accelerazione. Qui decide il gruppo.
Hatherly ha chiuso a 2’53” da Isaac Del Toro, davanti a corridori esperti come Michael Storer, Thymen Arensman e Richard Carapaz. Non è un dettaglio. È un segnale chiaro alla sua squadra: il percorso verso il Giro d’Italia è tracciato. È nella long list e ha costruito l’intera preparazione per convincere l’ammiraglia a dargli fiducia. Prima passerà dalla Coppi e Bartali, poi, con ogni probabilità, si giocherà la carta del debutto in un Grande Giro.
Il punto più interessante, però, non è solo atletico. È mentale.
“Sto imparando ad accettare il rischio intrinseco delle corse su strada”, ha spiegato. Parole pesanti. Nella mountain bike il rischio è tecnico, ma è sotto controllo: scegli la traiettoria, gestisci l’errore. Nel gruppo compatto, invece, il pericolo è collettivo. Puoi avere tecnica sopraffina, ma se davanti cade qualcuno, sei coinvolto. Serve sangue freddo, lettura delle posizioni, capacità di stare in scia senza sprecare energie e senza farsi schiacciare.
Per un atleta che ha costruito la carriera su esplosività e gestione individuale dello sforzo, adattarsi a una disciplina dove il posizionamento vale quasi quanto i watt è una rivoluzione. Tom Pidcock e Mathieu van der Poel hanno fatto il percorso inverso, con anni di strada nelle gambe fin da giovani. Hatherly sta rincorrendo tempo ed esperienza. E lo sta facendo in fretta.
Nel 2025 aveva già mostrato segnali chiari: due podi e sesto posto finale all’AlUla Tour, quindi piazzamenti solidi all’Arctic Race of Norway e al Tour of Guangxi. Ora la crescita è più lineare, meno istintiva, più costruita. Lui stesso ammette che tutto è diventato “più facile e fluido” rispetto alla stagione del debutto.
Il Giro, se arriverà, sarà un test brutale. Tre settimane dove non basta avere fondo e potenza: servono recupero, gestione delle energie, capacità di stare sempre davanti quando conta. Sopravvivere, ha detto lui. Parola onesta.
Ma dopo questa Tirreno-Adriatico, Hatherly non sembra più un biker in trasferta. Sembra un corridore su strada che sta ancora scoprendo fin dove può spingersi.
Francesco
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