La settima tappa della Parigi-Nizza 2026 doveva essere la resa dei conti verso Auron. È diventata una prova di sopravvivenza, accorciata prima a 47 chilometri e poi stravolta dal maltempo, con neve ai bordi della strada e pioggia battente fin dalla partenza. Niente arrivo in quota, niente grandi distacchi: solo una lunga ascesa regolare da Le Broc a Isola, dai 200 agli 800 metri di quota. Una rampa costante, da pedalare di rapporto, con il gruppo tirato come un elastico.
Dodici non partenti già al mattino, segnale chiaro di quanto fossero dure le condizioni. Nel trasferimento verso il nuovo via, tensione e prudenza. E infatti le prime scivolate arrivano ancora prima del chilometro zero: asfalto viscido, ruote nervose, corridori irrigiditi in sella. In queste situazioni l’assetto conta quanto la gamba. Chi arretra troppo il peso rischia di perdere aderenza, chi frena in modo brusco saluta l’asfalto.
Partenza ufficiale e gruppo compatto, con la Visma-Lease a Bike a controllare per proteggere Jonas Vingegaard. Per la maglia gialla era una giornata da gestire: niente scatti inutili, solo attenzione e posizione nelle prime file. Su un tracciato così corto – meno di un’ora di corsa effettiva – ogni accelerazione può diventare decisiva. Non c’è il tempo classico per lasciare andare una fuga e poi chiuderla con metodo. Qui si va sempre sopra soglia.
Ci prova Tim Marsman a 34 chilometri dall’arrivo. Scatto secco, una quindicina di secondi che diventano 35 quando il gruppo esita. La strada sale costante, senza discese a spezzare il ritmo: è una salita da passo, dove chi è all’attacco deve spingere un rapporto lungo senza mai sedersi davvero. Ma dietro le squadre dei velocisti iniziano a organizzarsi. A venti dall’arrivo il vantaggio oscilla, poi scende. A dieci chilometri è finita: il gruppo lo riprende a 9,5 dal traguardo.
Nel finale la tensione esplode. Cadute ai meno tre e ai meno due chilometri spezzano il gruppo, ma con la regola dei 3 km i big della generale restano indenni in classifica. Harold Tejada, vincitore il giorno prima, finisce a terra ma riesce a concludere. Davanti rimangono i treni dei velocisti e qualche uomo di classifica ben piazzato.
L’INEOS Grenadiers imposta un finale da manuale. Tarling e Watson tengono alta la velocità, poi lanciano Dorian Godon ai 300 metri. Su una rampa che sale ancora, la differenza la fa la capacità di rilanciare seduti, con cadenza alta ma coppia piena sul pedale. Godon parte lungo, pulito, e nessuno riesce a uscire dalla sua scia. Biniam Girmay chiude secondo, Cees Bol terzo.
Per Godon è la prima vittoria in maglia INEOS in una frazione in linea. Un successo costruito con un treno solido e una scelta di tempo impeccabile. Con i punti conquistati strappa anche la maglia verde a Luke Lamperti, per appena quattro lunghezze: dettaglio non banale in vista dell’ultima tappa.
Vingegaard conserva il comando, ma non nasconde qualche perplessità sulla decisione di correre fino a Isola viste le cadute. La sua Parigi-Nizza resta saldamente nelle sue mani. In una giornata in cui contava prima di tutto restare in piedi, chi ha alzato le braccia lo ha fatto con forza. E su un terreno del genere, credetemi, non vince solo il più veloce: vince chi sa spingere quando le gambe bruciano e la strada non concede tregua.
Francesco
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