Wout van Aert esce dalla Tirreno-Adriatico con una sensazione che un campione fatica a digerire: occasione mancata. Ancora una. A Martinsicuro, nella quarta tappa di 213 chilometri, il copione era quello giusto. Squadra compatta, ritmo alto sulla rampa di Tortoreto, selezione netta. Davanti restano i migliori, una dozzina di uomini. Tra loro c’è Van Aert. E quando il gruppo si assottiglia così, su uno strappo secco e nervoso, il belga è nel suo terreno.
La Visma-Lease a Bike aveva costruito la giornata con lucidità. Timo Kielich nella fuga per non tirare nel gruppo compatto, Jorgenson e Van Aert coperti fino al momento chiave. Sulla salita decisiva è proprio l’americano a forzare: passo regolare ma implacabile, uno dietro l’altro vanno fuori giri. In cima restano in pochi. Jorgenson rilancia anche in discesa, allunga la fila, tiene chiusa la porta agli inseguitori. È la situazione ideale per preparare uno sprint ristretto.
Poi, nell’ultimo chilometro, la lettura si fa più sottile. Jan Christen prova ad anticipare. Van Aert reagisce d’istinto. Scatto secco, fuori sella, qualche secondo a tutta. Ma quel movimento gli presenta il conto. “Ho reagito troppo rapidamente e avevo già completato il mio sprint”, ha ammesso con onestà. Tradotto: ha speso la cartuccia prima del momento decisivo.
Sul lato opposto della strada parte Filippo Ganna, allunga il gruppo. Subito dopo arriva la stoccata vera, quella di Mathieu van der Poel. L’olandese lancia il suo sprint lungo, potente, progressivo. Non è uno scatto esplosivo di dieci colpi di pedale: è una progressione che ti svuota se provi a rientrare. Nessuno riesce a prendergli la ruota. Van Aert chiude quinto, spettatore forzato dell’ennesimo duello vinto dal rivale di sempre.
Il direttore sportivo Maarten Wynants è stato diretto: entrare immediatamente nello scatto, per di più controvento, “non è stata la cosa più intelligente da fare”. Parole che pesano, ma che fotografano un dettaglio tattico. A quei livelli, con corridori che sviluppano oltre 1.500 watt negli ultimi 15 secondi, la gestione dello sforzo conta più delle gambe.
Eppure, dentro questa delusione c’è anche un segnale chiaro. Dopo la malattia che ha condizionato l’Omloop, la foratura alla Samyn Classic e i problemi di posizione in gruppo nella seconda tappa, Van Aert è lì davanti con i migliori. Sull’ultimo muro della giornata resta tra i primi dieci della corsa, in una Tirreno che presenta scalatori e finisseur di altissimo livello. La condizione cresce. La durezza di corsa si costruisce così: soffrendo, sbagliando un tempo di sprint, pagando una scelta.
La Visma ora può guardare anche alla classifica con Jorgenson, quarto a 34 secondi da Giulio Pellizzari, ma per Van Aert il vero orizzonte è già oltre. Le Classiche sono alle porte. E queste tappe mosse, nervose, con finale esplosivo, sono il banco di prova perfetto per ritrovare il tempismo giusto.
A Martinsicuro ha perso per pochi secondi e per una frazione di lucidità. Ma quando un corridore si rammarica per uno sprint lanciato troppo presto significa che le gambe girano. E quando le gambe girano davvero, tra Poggio e pavé, il margine d’errore si riduce.
Francesco
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