Centosettantanove chilometri da Barbentane ad Apt, 2.100 metri di dislivello e un finale disegnato per far saltare il banco. La sesta tappa della Parigi-Nizza 2026 non è stata una passerella per velocisti resistenti. È stata una partita a scacchi giocata a 50 all’ora, vinta con tempismo e coraggio da Harold Tejada.
La giornata nasce nervosa. Per oltre 50 chilometri il gruppo resta compatto, scatti e contro-scatti a ripetizione, nessuno riesce a prendere il largo. Poi si forma finalmente la fuga buona: Joshua Tarling, Igor Arrieta, Arthur Kluckers e Steff Cras. Un quartetto eterogeneo: il motore da cronometro di Tarling, la brillantezza in salita di Arrieta e Cras, l’intraprendenza di Kluckers. Il vantaggio oscilla attorno ai due minuti mentre alle loro spalle Cofidis si mette a tirare con decisione.
Benjamin Thomas si carica il gruppo sulle spalle per chilometri. Un’azione chiara: tenere la corsa cucita per Bryan Coquard, uomo veloce capace di reggere gli strappi. Anche altre squadre restano vigili, ma è Cofidis a impostare il ritmo, limando secondo dopo secondo. Sul Col de l’Aire dei Masco, salita lunga ma pedalabile, attacca Søren Kragh Andersen. Un’accelerazione secca, sfruttando un momento di esitazione. Guadagna mezzo minuto, ma resta a bagnomaria tra fuga e gruppo. Davanti intanto Cras perde contatto, la discesa allunga il plotone e ricompatta gli inseguitori.
A 20 chilometri dall’arrivo la corsa è ancora aperta. Tre uomini restano al comando, con poco più di un minuto sul gruppo. È un margine sottile: in pianura puoi difenderlo, ma quando la strada sale al 5% per quattro chilometri verso Saignon, servono gambe vere.
Lidl-Trek aumenta l’andatura prima dell’ultima salita. Il gruppo si sgrana già sull’approccio, segnale che la fatica ha scavato in profondità . I velocisti cominciano a pagare dazio: Biniam Girmay cede, Jensen Plowright si stacca, Luke Lamperti stringe i denti in fondo al gruppo. In testa passa la Visma-Lease a Bike. Victor Campenaerts imposta un ritmo regolare ma letale: non uno scatto secco, bensì una progressione che porta fuori giri chi è al limite.
Gli ultimi superstiti della fuga vengono riassorbiti proprio quando la corsa esplode. Lenny Martinez scatta secco, Vingegaard si mette a ruota senza esitazioni. È l’istante che decide la tappa. Quando l’azione del francese perde un filo di brillantezza, Harold Tejada parte in contropiede. Un rilancio pulito, potente, nel momento in cui gli altri stanno rifiatando.
Tejada scollina con pochi secondi, ma in discesa non arretra di un metro. Posizione raccolta, traiettorie precise, sviluppo metrico adeguato per spingere senza andare fuorigiri. Dietro si organizza un gruppo di una ventina di corridori: uomini di classifica e finisseur veloci come Coquard, Trentin, Vacek, Pithie. Troppi interessi diversi, nessuna collaborazione totale.
All’ultimo chilometro il colombiano mantiene ancora un margine esiguo ma reale. Non si volta, non cambia ritmo. Taglia il traguardo da solo, sei secondi prima degli inseguitori. Dietro Dorian Godon vince la volata per il secondo posto davanti a Lewis Askey; Coquard chiude quarto, dopo il grande lavoro della squadra. Vacek, su cui la Lidl aveva investito energie, resta fuori dalla top ten.
Per Tejada è la seconda vittoria in carriera, la più pesante. Un successo costruito con intelligenza tattica e forza sulle gambe, scegliendo il momento giusto. In una tappa equilibrata, dove tutti aspettavano l’errore dell’altro, lui ha avuto il coraggio di anticipare. E nella Parigi-Nizza degli attacchi calcolati, chi osa con lucidità spesso alza le braccia.
Francesco
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