Van der Poel non corre, orchestra. A Martinsicuro, nella quarta tappa della Tirreno-Adriatico 2026, ha messo in scena una lezione di ciclismo tattico che sa di Milano-Sanremo. Percorso disegnato per richiamare la Classicissima, finale nervoso, gruppo selezionato e sprint lungo sul lungomare: 280 metri lanciati come sulla Via Roma. Risultato? Seconda vittoria in quattro giorni e messaggio chiaro ai rivali.
L’olandese dell’Alpecin-Premier Tech è entrato nell’azione decisiva con le gambe giuste e la testa fredda. Quando nel finale Matteo Jorgenson, Jan Christen e perfino Filippo Ganna hanno provato ad anticipare, Van der Poel ha fatto la cosa più semplice e più crudele: ha lasciato lavorare gli altri. In una situazione del genere, quando sei l’uomo più temuto, rischi di restare isolato e di dover chiudere ogni scatto in prima persona. Lui no. Ha sfruttato l’inerzia del gruppo ridotto, ha letto le esitazioni – anche quelle di Wout van Aert – e ha aspettato l’ultimo rettilineo.
Qui si è vista la differenza tra avere spunto e saperlo usare. Lanciare uno sprint da 280 metri dopo oltre 200 chilometri significa conoscere alla perfezione il proprio motore: partire troppo presto ti porta fuori giri, partire tardi ti chiude la porta. Van der Poel ha scelto il momento esatto, ha anticipato l’accelerazione degli altri e ha preso mezza bici che è diventata due, poi tre. Dietro, Van Aert, Ganna e Tobias Johannessen in affanno. Davanti, lui che si alza sui pedali, si siede e alza il dito al cielo.
“Milan-Sanremo dovrebbe essere divertente”, ha detto nel dopo tappa. Parole leggere, ma dentro c’è tutta la consapevolezza di chi quella corsa l’ha già vinta due volte e sa come si prepara un Monumento. La sua strada verso la Classicissima non è convenzionale: titolo mondiale di ciclocross a inizio febbraio, qualche giorno di sci e golf per staccare, poi tre settimane di lavoro intenso, con un periodo in altura alla Syncrosfera in Spagna. Omloop Het Nieuwsblad vinta quasi per testare il motore, Strade Bianche saltata, quindi Tirreno come blocco di gara ad alta intensità.
E questo è il punto chiave. Van der Poel cerca la durezza della corsa, quella che non simuli in allenamento. Le progressioni ripetute, i cambi di ritmo, il continuo rilancio fuori dalle curve e in testa della corsa costruiscono quella resistenza specifica che serve sul Poggio, quando si entra oltre soglia e non si rifiata più. La Tirreno gli offre chilometri veri, avversari veri, scatti da chiudere e volate da finalizzare. Ogni vittoria alza il morale e compatta la squadra, ma soprattutto mette pressione agli altri uomini da Classiche.
Nel finale di Martinsicuro ha applicato una regola antica: prima fai consumare energie agli altri, poi colpisci. In un gruppo che ti marca a uomo, la gestione della posizione è tutto. Restare coperto, non esporsi al vento, scegliere la ruota giusta quando il gruppo compatto si assottiglia: dettagli che trasformano la forza in risultato.
Con Milano-Sanremo alle porte, il segnale è forte. Van der Poel c’è, e non solo di gambe. C’è con la testa, con la lucidità tattica e con quella fame controllata che distingue un campione da un semplice vincitore di tappe.
Francesco
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