Il ciclismo vero si vede nelle giornate storte. Freddo, pioggia, vento laterale che taglia il gruppo compatto e lo spezza in ventagli sottili come lame. La quarta tappa della Parigi-Nizza 2026 è stata una di quelle battaglie che non si dimenticano: cadute, quindici ritiri, uomini di classifica a terra, distacchi pesanti. E in mezzo al caos, la Red Bull-Bora-Hansgrohe ha corso da squadra vera.
Remco Evenepoel era a 2.000 chilometri di distanza, in altura alle Canarie. Ma il suo team ha messo in strada un manifesto tecnico e tattico. Sei uomini su sette nel primo ventaglio da quaranta corridori che ha deciso la corsa nei chilometri iniziali. Solo Aleksandr Vlasov fuori dai giochi. Quando il vento soffia di lato, non conta solo la gamba: conta l’assetto nel gruppo, la posizione in sella stabile, la capacità di leggere il momento e infilarsi nel lato giusto della carreggiata. Loro c’erano.
Poi la maxi-caduta che ha eliminato, tra gli altri, la maglia gialla Juan Ayuso. Anche lì, la differenza la fa stare davanti. Non è fortuna: è controllo dello spazio, è occupare la testa della corsa prima che il rischio esploda dietro. Nico Denz, Dani Martínez, i gemelli Mick e Tim van Dijke e il giovane Calum Thornley sono rimasti nel gruppo buono. Da quel momento hanno corso in superiorità numerica e mentale.
Sul traguardo in salita ha vinto Jonas Vingegaard, con un’azione delle sue. Ma dietro di lui sono arrivati tre uomini Red Bull: Dani Martínez a 41 secondi, poi Tim e Mick van Dijke, terzo e quarto. In una tappa massacrante, con freddo che irrigidisce i muscoli e trasforma ogni rilancio in una coltellata nelle gambe, piazzare tre corridori così significa avere motore e testa.
“Eravamo davanti tutto il giorno e abbiamo controllato”, ha spiegato Tim van Dijke. Hanno forzato per ampliare i distacchi in classifica generale. Scelta chiara: trasformare una tappa di sopravvivenza in un attacco strategico. Il direttore sportivo Sven Vanthourenhout lo aveva detto nel bus: prendere la corsa dal chilometro zero, senza esitare. E così è stato.
Quando restano in cinque davanti, devi capitalizzare. La squadra ha protetto Martínez fino all’ultimo chilometro. Sulle prime due salite finali l’obiettivo era semplice: restare in più uomini possibile. In termini pratici significa dettare il ritmo, evitare scatti inutili, tenere uno sviluppo metrico regolare per non andare fuorigiri nel momento chiave. Dall’ammiraglia, Vanthourenhout li ha guidati metro dopo metro.
L’unico tassello mancante è stata la vittoria. Martínez, infreddolito, non ha potuto rispondere all’attacco di Vingegaard. Ma il colombiano è ora secondo in classifica generale, in una posizione che conta. Senza il lavoro dei compagni, probabilmente avrebbe perso contatto molto prima. Questo è ciclismo di squadra: quando hai uomini che ti tirano fin quasi sotto lo striscione, trovi energie che da solo non avresti.
Vingegaard stesso ha riconosciuto la forza collettiva della Red Bull-Bora-Hansgrohe. Segno che la prestazione non è passata inosservata nel gruppo.
Evenepoel non era al via, ma può guardare questa tappa con fiducia. Una squadra capace di dominare i ventagli, evitare i trabocchetti e presentarsi in blocco nel finale di una tappa così dura è una squadra pronta per battaglie più grandi. Nelle corse a tappe, la differenza tra vincere e perdere nasce in giornate come questa.
E loro, sotto l’acqua, hanno corso da protagonisti.
Francesco
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