Ci sono corse che non ti danno una seconda possibilità. La Cape Epic è una di queste. Settecento chilometri, sedicimila metri di dislivello, otto giorni di fatica vera, dove non basta avere motore: serve una coppia che funzioni, che si capisca con uno sguardo quando le gambe vanno in riserva e la testa inizia a vacillare.
Kate Courtney si presentava al via dell’edizione 2026 con una delle formazioni più attese nel femminile. Insieme a lei Melisa Rollins, specialista gravel, preparata con precisione chirurgica per il debutto nella grande avventura sudafricana. Poi l’imprevisto che nessuno mette in tabella: caduta, gomito sinistro rotto, infortunio al polso destro. Fine dei giochi, almeno sulla carta.
E invece no.
Courtney, che la Cape Epic l’ha già vinta nel 2018 con Annika Langvad, non ha scelto la via più semplice. A pochi giorni dal via ha rimesso insieme i pezzi e ha trovato una soluzione che sembrava impossibile. Greta Seiwald. Italiana, portacolori Decathlon Ford, atleta che arriva in Sudafrica con condizione e ritmo gara già nelle gambe.
Non è un dettaglio. Alla Cape Epic non puoi improvvisare. Le tappe sono lunghe, il terreno è brutale, la fatica si accumula giorno dopo giorno fino a toglierti lucidità anche nei tratti più semplici. Serve affiatamento, ma serve soprattutto una condizione costruita su gare a tappe vere.
Seiwald questo tassello lo ha già messo. A fine febbraio ha conquistato la Tankwa Trek, quattro giorni in Sudafrica corsi in coppia con Sara Cortinovis. Non un allenamento, ma una gara di alto livello, chiusa davanti a rivali che ritroverà alla Cape Epic come Vera Looser e Samantha Sanders. Segnale chiaro: il motore gira, la gestione dello sforzo su più giorni è già stata testata.
Courtney non ha nascosto le difficoltà del momento. Trovare una partner pronta, all’altezza e disponibile con meno di una settimana di margine sembrava un’operazione fuori scala. Ma nel ciclismo off-road, dove il lavoro di squadra è totale – si sale insieme, si aspetta la compagna in difficoltà, si condivide ogni crisi – contano anche le relazioni e la capacità di reagire.
Il messaggio è diretto: non sempre scegli le sfide, ma puoi scegliere come affrontarle. Courtney correrà anche per Rollins, ferma ai box ma parte di un progetto che non si è dissolto al primo ostacolo. E correrà con Seiwald, chiamata a inserirsi in un equilibrio nuovo, delicato, in una delle prove più dure del calendario internazionale.
Dal punto di vista tecnico la variabile più grande resta proprio l’intesa. Alla Cape Epic non esiste classifica individuale: se una delle due salta, l’altra si ferma. Si procede al ritmo della più vulnerabile nei momenti critici. Questo significa leggere lo sforzo, dosare i rilanci sulle rampe sterrate, gestire l’idratazione e la meccanica con lucidità anche dopo ore sotto il sole africano.
Courtney porta esperienza e conoscenza della corsa. Seiwald porta condizione e abitudine alle gare a tappe sudafricane. È un incastro nato nell’emergenza, ma con basi concrete.
Alla Cape Epic non conta solo la potenza espressa sui pedali. Conta la capacità di resistere quando tutto spinge a mollare. Courtney ha scelto di non farlo. E nel ciclismo, a volte, la prima vittoria è proprio presentarsi ancora al via.
Francesco
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