Il ciclismo di marzo sa essere spietato. Vento laterale, pioggia, nervi tesi e il gruppo che si spezza come un ramo secco. Alla Parigi-Nizza 2026, nella quarta tappa verso Uchon, Kévin Vauquelin ha vissuto tutto questo sulla propria pelle. E ne è uscito con una rimonta che pesa, anche più del sesto posto conquistato sul traguardo.
Dopo appena 20 chilometri il vento ha iniziato a fischiare di traverso. La testa della corsa ha formato i ventagli, chi è rimasto scoperto ha pagato. Vauquelin si è ritrovato nel terzo troncone, fuori posizione nel momento chiave. In condizioni di vento laterale puro, basta mezzo metro perso nella fila giusta e sei fuori dai giochi. Lui ha raccontato sui social di essere stato spinto verso il campo da un corridore della Soudal-QuickStep proprio mentre era in prima linea. Un episodio che, se confermato, spiega perché si sia trovato improvvisamente nel gruppo sbagliato, in piena bagarre.
Da lì è iniziata una caccia lunga oltre 100 chilometri. Il suo drappello è riuscito a rientrare sul secondo gruppo in gara, ma la testa viaggiava stabilmente oltre il minuto di vantaggio. Vauquelin non è rimasto passivo: ha attaccato più volte dal gruppo inseguitore, segno che le gambe giravano e che la condizione era quella dei giorni buoni. Quando mancano 50 chilometri, il distacco è ancora attorno ai 50 secondi. Poi un’altra svolta: caduta del leader Juan Ayuso, davanti si selezionano in sette. Dentro c’è Jonas Vingegaard, che andrà a vincere la tappa e a prendersi la corsa per il collo.
Dietro, in casa Ineos Grenadiers, la situazione è delicata. Oscar Onley, altra carta per la classifica, è coinvolto a sua volta in una giornata complicata. La squadra gli mette a disposizione uomini e risorse, con Josh Tarling a tirare a tutta per riportarlo sotto. Vauquelin continua la sua rincorsa da dietro, senza mai alzare bandiera bianca.
A circa 15 chilometri dall’arrivo, il suo gruppo rientra su quello di Onley, ma il ritardo dalla testa resta pesante. Sull’ultima salita verso Uchon, Vauquelin cambia ritmo. Scatta deciso, resta solo. Non è un allungo disperato: è un’azione lucida, costruita metro dopo metro. Limita il passivo a 3’38” da Vingegaard, recupera posizioni e soprattutto manda un messaggio chiaro: c’è, e ha motore.
Onley invece crolla, perde quasi cinque minuti dal compagno solo sull’ascesa finale. A fine giornata la classifica generale racconta un paradosso. Dopo essere stato scaraventato nei ventagli e costretto a inseguire per oltre metà tappa, Vauquelin è quarto a 3’39” da Vingegaard, 19 secondi dal podio provvisorio occupato da Georg Steinhauser. Ha dietro uomini come David Gaudu e Lenny Martinez. Onley è 14° a 8’47”, Carlos Rodriguez sprofonda oltre mezz’ora.
Nessuna dichiarazione a caldo dagli uomini Ineos. Solo un gesto che dice molto: Vauquelin, appena arrivato all’ammiraglia, prende l’asciugamano per scaldarsi e lo getta a terra con rabbia. Rabbia per il tempo perso? Per l’episodio nel vento? Forse per la consapevolezza di aver sprecato un’occasione.
Ma nel ciclismo contano i fatti. E il fatto è che, in una tappa che ha distrutto la corsa tra ventagli e cadute, Vauquelin non è saltato. Ha resistito, ha inseguìto, ha rilanciato. La Parigi-Nizza non è ancora finita. E uno che sale così, dopo 100 chilometri a tutta in pianura, merita attenzione.
Francesco
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