Cinque ore e mezza sotto la pioggia, 221 chilometri piatti tra Toscana e Abruzzo, dieci gradi costanti che ti entrano nelle ossa. Poi altri trenta minuti fermo sul palco, bagnato, a rispondere alle domande. Isaac del Toro la maglia azzurra non l’ha difesa solo con le gambe, ma con la testa.
La terza tappa della Tirreno-Adriatico, da Cortona a Magliano de’ Marsi, è stata una giornata di logoramento puro. Strade lunghe, esposte, scrosci improvvisi e un gruppo compatto sempre nervoso. Nessuna selezione vera, ma una tensione continua: chi veste il simbolo del primato non può permettersi un attimo di distrazione.
Del Toro, 22 anni, ha stretto i denti. Reduce dall’inverno al caldo della Baja California e dal successo all’UAE Tour, si è ritrovato catapultato in un clima opposto. Freddo e acqua, l’opposto delle salite assolate di febbraio. Alla Strade Bianche era apparso affaticato, perfino influenzato. Qui ha dimostrato solidità.
“Fa parte del lavoro”, ha detto senza cercare alibi. Parole semplici, ma dentro c’è la mentalità di chi vuole correre per la classifica generale. In tappe così non vinci la corsa, ma puoi perderla per disattenzione, per una caduta, per un ventaglio preso male.
La UAE Team Emirates-XRG ha fatto quello che deve fare una squadra in controllo: protezione costante, uomini davanti nei momenti chiave, attenzione ai rifornimenti e alle traiettorie nelle rotonde bagnate. Dopo 164 chilometri, con il gruppo ancora compatto, si è aperta un’opportunità inattesa: sprint intermedio con abbuono.
Non era previsto. Ma quando sei lì, in testa alla corsa, ogni secondo conta. Del Toro si è buttato in un “super lungo sprint”, come lo ha definito lui stesso. Visuale limitata, linea d’arrivo quasi invisibile sotto la pioggia, ma tempismo giusto per strappare un secondo di abbuono.
Un secondo. In una corsa a tappe di una settimana può sembrare nulla. In realtà è un messaggio. Ora il messicano guida la generale con quattro secondi su Giulio Pellizzari e quattordici su Magnus Sheffield. Distacchi minimi, ma psicologicamente pesanti. Significa correre sempre davanti, obbligare gli altri ad attaccare.
Il duello con Pellizzari è il filo rosso di questa Tirreno. Stessa età, nati a sei giorni di distanza nel novembre 2003, amici prima ancora che rivali. Si sono sfidati al Tour de l’Avenir 2023, con Del Toro vincitore finale. Oggi sono considerati gli eredi naturali dei dominatori delle grandi corse a tappe.
Ma lui non si sbilancia. “Voglio credere di essere fatto per questo”, dice. Non è arroganza, è consapevolezza. Correre per la generale significa leggere la corsa, saper soffrire in silenzio, dosare gli sforzi anche quando la tappa sembra anonima.
La terza frazione è andata al danese Tobias Lund Andresen. Gli uomini veloci hanno trovato il loro spazio. Gli uomini di classifica, invece, hanno lavorato nell’ombra. Del Toro è salito sul podio tre volte: maglia azzurra, classifica a punti, miglior giovane. Strati su strati, utili anche per scaldarsi.
La corsa ora entra nella fase decisiva. Le salite metteranno ordine, ma la Tirreno si costruisce anche così: un secondo preso sotto la pioggia, una giornata superata senza cadute, una squadra compatta attorno al leader.
Le grandi corse a tappe si vincono con le gambe. Ma prima ancora con la capacità di restare lucidi quando il freddo ti spegne le dita e la testa della corsa diventa un luogo scomodo in cui stare.
Del Toro, per ora, lì davanti sembra trovarsi a suo agio.
Francesco
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