All’Étoile de Bessèges si torna a correre, ma il segno lasciato dal caos del 2025 è ancora inciso sull’asfalto. Le immagini delle auto sul percorso, le frenate disperate in gruppo compatto e le ammiraglie ferme a discutere con i commissari UCI non si cancellano in una stagione. Per questo gli organizzatori della corsa francese hanno scelto una strada netta: sicurezza prima di tutto, anche a costo di presentarsi al via con una start list più povera.
I fatti sono noti. Nel 2025 un’auto entrata sul tracciato ha provocato la caduta di Maxim Van Gils, costringendo il gruppo a rallentare e alimentando tensioni immediatamente percepibili in testa della corsa. Il giorno successivo un secondo veicolo ha invaso nuovamente il percorso: neutralizzazione, proteste e, al momento della ripartenza, sette squadre WorldTour avevano già caricato le bici sul camion. Un colpo durissimo per una corsa 2.1 che vive sull’equilibrio fragile tra tradizione e credibilità.
Nel 2026 l’organizzazione ha reagito cambiando metodo. Le strade verranno chiuse 20 minuti prima del passaggio del gruppo, non più 10. Le moto della gendarmeria saranno dedicate esclusivamente alla “bolla” del peloton, senza distrazioni. Dieci motociclisti civili avranno il compito preciso di anticipare e segnalare i pericoli. Non è spettacolo, è prevenzione pura: più margine, meno variabili incontrollate quando il gruppo fila a 50 all’ora, sia in scia sia nei tratti più nervosi.
A guidare questo nuovo assetto c’è Romain Leroux, ex Arkéa-Samsic, oggi direttore della sicurezza della corsa. Uno che sa cosa significa stare in gruppo, leggere una traiettoria e capire quanto basti poco per trasformare una situazione gestibile in un disastro. Leroux non nasconde che il futuro della gara sia stato vicino al punto di rottura, ma parla di cambiamenti concreti, non di promesse a vuoto.
Il prezzo, però, si paga. A Bellegarde partono 16 squadre contro le 21 dello scorso anno. I team WorldTour sono solo quattro, la metà rispetto al 2025. Mancano nomi pesanti come Mads Pedersen e il vincitore uscente Kévin Vauquelin. Per Claudine Fangille, figura centrale dell’organizzazione e figlia del fondatore Roland, non è un dramma ma un ritorno alle origini. Prima vengono le squadre che hanno creduto nella corsa anche nei momenti peggiori, poi – eventualmente – le altre.
Non sono mancate frizioni, soprattutto verso quei team arrivati solo nel 2025 e andati via al primo segnale di pericolo. Fangille lo dice senza giri di parole: alcune critiche sono state vissute come colpi bassi. Eppure le porte restano aperte per chi ha una storia con Bessèges, come Lidl-Trek o Decathlon, segno che la memoria conta quanto il presente.
Dal mondo del ciclismo francese arrivano messaggi di sostegno chiari. Marc Madiot parla di “vera gente di ciclismo”, Laurent Pichon ricorda che senza queste corse non esistono né squadre né corridori. Parole che pesano, perché pronunciate da chi il gruppo lo vive e lo gestisce ogni giorno.
La 56ª edizione scatta il 4 febbraio con una tappa pianeggiante, ma la classifica generale si deciderà nella cronometro in salita finale verso L’Hermitage: dieci chilometri dove non servono scuse, solo gamba, posizione in sella e testa. Stavolta, almeno, con una strada più sicura sotto le ruote.
Francesco
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