Il gruppo delle donne corre più forte che mai, ma l’asfalto sotto le ruote non è così solido. I numeri raccontano un boom di visibilità e professionalità, ma fuori dalla testa della corsa qualcuno è già saltato per aria. La chiusura di Ceratizit-WNT, dopo undici stagioni e 65 vittorie su strada, è il segnale più chiaro: il ciclismo femminile sta crescendo più in fretta della sua economia.
Partiamo dai fatti. Il Tour de France Femmes viene trasmesso in 190 Paesi, con 7,7 milioni di telespettatori sull’ultima tappa. Il Women’s WorldTour esiste dal 2020 e il budget medio di una squadra WorldTour è arrivato a 4,67 milioni di euro. Gli stipendi minimi sono ormai quasi allineati a quelli maschili: molte atlete viaggiano tra 80 e 100 mila euro annui, con punte molto più alte per le stelle. In corsa, il livello è salito davvero: ritmi più alti, preparazione migliore, gare sempre più dure.
Il problema nasce quando si scende dall’ammiraglia e si aprono i conti. Claude Sun, fondatore e general manager di Ceratizit, ha visto il budget del suo team passare da 400 mila euro nel 2014 a 3,2 milioni nel 2025. Un aumento del 700% che oggi non basta più. Secondo Sun, per stare nel Women’s WorldTour servono almeno 5 milioni l’anno. Intanto i costi esplodono: viaggi, hotel, staff, materiale, ritiri in altura e una licenza WorldTour sempre più onerosa, con l’obbligo di correre quasi tutto il calendario, compresi i tre Grandi Giri.
Il ciclismo vive di sponsor: circa l’85% delle entrate arriva da lì. Ma il ritorno sull’investimento non cresce allo stesso ritmo delle spese. Sun parla chiaro: se prima un euro investito ne rendeva dieci, oggi ne rende sette. Troppo poco per convincere aziende già sotto pressione. Non a caso, negli ultimi dodici mesi hanno chiuso anche Cynisca e l’intero progetto Arkéa-B&B Hotels, uomini e donne.
Il distacco tra super team e squadre di seconda fascia si allarga. Colossi come SD Worx-Protime, Lidl-Trek e UAE Team ADQ possono assorbire l’aumento dei salari e attrarre le migliori atlete. Le altre faticano. Senza indennità di formazione o trasferimenti, chi investe sui talenti rischia di perderli appena arrivano i risultati. È il mercato, ma è un mercato sbilanciato.
Anche chi sta davanti non dorme sonni tranquilli. FDJ United-Suez, numero uno del ranking, lavora con un budget attorno ai 5 milioni, contro i 7-8 dei team più ricchi. Nel solo ultimo anno i costi sono saliti del 29%. Stephen Delcourt ha ridotto l’organico e pianificato un calendario più mirato: meno sprechi, più realismo. E c’è un altro nodo: i rimborsi gara. Al Tour Down Under, le squadre maschili ricevono 60 mila euro, quelle femminili 25 mila, a fronte di spese superiori. Così si paga per lavorare.
Il paradosso è evidente. L’interesse dei brand cresce – Zwift lo dimostra, così come le partnership di alto profilo nate attorno a campionesse come Demi Vollering – ma chiudere i contratti è sempre più difficile, schiacciati da un’economia globale incerta.
Il ciclismo femminile ha alzato il passo. Ora rischia il fuorigiri. Senza un riequilibrio tra costi, regole e sostegno economico, il gruppo andrà avanti, ma con sempre meno squadre capaci di restare in scia.
Francesco.
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