Wout van Aert non ci gira attorno e mette subito la ruota davanti alle polemiche. Il belga di Visma-Lease a Bike ha preso posizione sulle recenti uscite di scena di due compagni di squadra pesanti come Simon Yates e Fem van Empel, respingendo con decisione l’idea che il team sia responsabile delle loro scelte. Parole nette, pronunciate nel corso del podcast Live Slow Ride Fast di Laurens ten Dam, che raccontano molto del clima interno alla squadra e, più in generale, dello stato del ciclismo moderno.
Il contesto è noto. Simon Yates, fresco vincitore del Giro d’Italia 2025, ha annunciato a sorpresa il ritiro dall’attività agonistica. Fem van Empel, dominatrice del ciclocross con tre titoli mondiali, ha invece deciso di mettere in pausa la carriera dichiarando di aver perso motivazione ed entusiasmo. Due decisioni diverse, maturate in momenti e con percorsi distinti, che però hanno alimentato un racconto unico: quello di un ambiente Visma considerato da alcuni troppo esigente.
Van Aert, attualmente fermo per recuperare da una frattura alla caviglia che ha interrotto la sua campagna invernale nel cross, non accetta questa lettura. “Mi fa male sentire che si generalizzi e si punti il dito contro la squadra”, ha spiegato. “Visma-Lease a Bike è il mio team, so come funzionano le cose qui e non è affatto un ambiente disumano”. Una difesa che non è di facciata: arriva da uno dei leader tecnici ed emotivi del gruppo, uno che vive quotidianamente la pressione della testa della corsa, le aspettative e la gestione millimetrica di ogni dettaglio.
Il belga chiarisce un punto chiave: rispetto totale per le scelte di Yates e van Empel, ma nessun legame diretto con il funzionamento della squadra. All’interno di Visma, sostiene, c’è spazio per parlare, per modulare l’approccio, persino per chiedere più tempo a casa se necessario. Il problema, se così lo vogliamo chiamare, sta più in alto e riguarda il ciclismo contemporaneo nel suo insieme.
Van Aert centra il tema con lucidità. Il ciclismo resta uno sport durissimo, fatto di sacrifici continui, ma oggi questi sacrifici sono amplificati dall’era dei dati. Allenamenti, sonno, recupero, spostamenti: tutto viene misurato, tracciato, condiviso. Non esiste più improvvisazione, non esiste più margine. Anche fuori gara il corridore è sotto osservazione, come se fosse costantemente in ammiraglia. Secondo Van Aert è normale che questo logori, soprattutto i più giovani, e che decisioni drastiche diventino sempre meno rare.
Il passaggio più significativo è forse quello sul futuro. Vedere un corridore di 25 anni dire “basta” non è più un tabù, e per Van Aert diventerà quasi normale. Non perché le squadre spingano verso l’uscita, ma perché l’intensità mentale richiesta oggi può togliere più di quanto dia.
Nel gruppo compatto delle grandi squadre WorldTour, dove ogni rilancio è studiato e ogni scelta pesa, le parole di Van Aert suonano come un richiamo alla complessità del mestiere. Non una difesa cieca, ma una presa di posizione chiara: certe decisioni nascono dentro l’uomo, non dentro il team.
Francesco.
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