Stefan Küng cambia maglia ma non cambia ossessione: vincere una Classica Monumento. A 32 anni, dopo undici stagioni nel WorldTour passate tra BMC e Groupama-FDJ, il passista svizzero riparte da Tudor Pro Cycling con una convinzione precisa: questo ciclismo, più duro e più veloce, gioca finalmente a suo favore.
Il debutto ufficiale arriverà alla Challenge Mallorca, primo banco di prova di una stagione costruita con un obiettivo chiaro: presentarsi sui muri fiamminghi e sul pavé del nord con una squadra strutturata attorno a lui. Tudor gli ha offerto proprio questo. Non una scelta di bandiera, ma di ambizione. Nove svizzeri in roster, sì, ma soprattutto un ambiente giovane, internazionale e affamato. Küng lo dice senza giri di parole: aveva bisogno di domande scomode, di un contesto che lo costringesse a crescere ancora.
Il ruolo è centrale. Küng è il riferimento per le prove contro il tempo, individuali e a squadre. Sarà lui a guidare lo sviluppo della cronosquadra Tudor, a partire dal team time trial di apertura del Tour de France a Barcellona. Non è solo una questione di watt aerodinamici o di galleria del vento, dove la sua esperienza pesa come un movimento centrale sovradimensionato sotto sforzo. È mentalità. Tudor non parla di vittoria immediata, ma di processo: top cinque oggi, top tre domani. Costruire un risultato come si costruisce una posizione in sella efficace, millimetro dopo millimetro.
Sulle Classiche, però, il margine per aspettare si assottiglia. Qui Küng diventa il leader che mancava. Attorno a lui ruotano uomini da battaglia come Matteo Trentin, Luca Mozzato, Marco Haller e Marius Mayrhofer. Un blocco pensato per stare davanti quando il gruppo esplode, lasciando ad Alaphilippe e Hirschi il compito di giocarsi Ardenne più esplosive. Omloop Het Nieuwsblad segnerà il ritorno sul pavé, poi altura e un lungo blocco tra Giro delle Fiandre e Roubaix.
I numeri raccontano solidità: sei top ten nelle Monumento sul pavé negli ultimi quattro anni, un terzo posto alla Roubaix 2022, altre piazze nei cinque. Contro Pogačar e Van der Poel i favori del pronostico pendono altrove, e Küng lo sa. Nove volte su dieci perdi. Ma le Classiche non sono una cronometro piatta: sono caos, lettura del vento, scelte di sviluppo metrico quando la gamba brucia. Serve essere ancora lì dopo la settima, ottava accelerazione violenta. Ed è qui che Küng sente il vantaggio.
Il ciclismo è cambiato. Le medie sono più alte di due o tre chilometri orari rispetto a dieci anni fa. Materiali, allenamenti in quota, ma soprattutto nutrizione. Oggi si corre alimentati, non svuotati. Le finali iniziano a 150 chilometri dall’arrivo e diventano gare di resistenza pura. Questo logora il gruppo e premia chi sa restare stabile quando gli altri vanno in fuorigiri. Küng si riconosce in questo scenario: meno esplosivo, più durabile.
Pogačar e Van der Poel possono ancora piazzare il colpo del KO sull’Oude Kwaremont o al Carrefour de l’Arbre. Ma se la corsa si indurisce da lontano, Küng resta in scia, assorbe, rilancia. Aspetta quell’unica occasione che può cambiare una carriera intera. E Tudor gli ha dato la piattaforma per essere pronto quando succederà.
Francesco.
23
